• Articolo Roma, 26 settembre 2016
  • Sulle Alpi del Trentino il rifugio appena inaugurato

    Ecorifugio Ponte di Ghiaccio, tra due valli un’eco di sostenibilità

  • Lo studio di Bressanone MoDus Architects firma il progetto per il nuovo rifugio Ponte di Ghiaccio, un modello di architettura ecosostenibile e di uso razionale dell’energia ad alta quota

Ecorifugio Ponte di Ghiaccio, tra due valli un'eco di sostenibilità

 

Un contesto mozzafiato da riverire, condizioni climatiche logoranti, una natura irruenta da preservare e da cui attingere, un pubblico attento ed esperto: costruire in alta montagna rappresenta forse il compito più arduo e più affascinante con cui un architetto può misurarsi. MoDus Architects accetta la sfida, aggiudicandosi il concorso per la completa ristrutturazione del vecchio rifugio Ponte di Ghiaccio (Edelrauthütte), nel cuore delle Alpi Aurine, tra Fundres e Lappago, completato nei primi giorni del settembre 2016.

Il progetto vincitore ritrae un’architettura essenziale, che strizza un occhio all’autosufficienza energetica e un altro alla tradizione costruttiva montana, rimaneggiandone le forme all’insegna della sobrietà e della semplicità, declinando con forza e convinzione la più ancestrale delle funzioni, quella del riparo dal freddo, dalla neve e dal vento: il Rifugio per l’appunto.

 

Il nuovo ecorifugio Ponte di Ghiaccio

aaaDallo storico rifugio Edelrauthütte, realizzato nel 1909 ed in seguito ricostruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, prende forma il nuovo: un volume essenziale, completamente serrato a nord e schiuso verso sud, quasi a voler rimarcare, già nell’esposizione e nel linguaggio stilistico, la manifesta intenzione di sfruttare al meglio tutte le risorse naturali che la montagna mette a disposizione.

La nuova baita Edelrauthütte si articola in 3 piani fuori terra ed un piano interrato, ricavato sfruttando il declivio naturale del terreno, eseguendo uno scavo di soli 120 cm. Il piano terra ospita tutte le funzioni comuni quali la cucina, i servizi, l’accesso agli spazi esterni, i collegamenti ai piani superiori e la Stube, la classica sala da pranzo ladina. Nello stesso piano sono inoltre stati previsti gli alloggi dei gestori. I piani sovrastanti sono completamente dedicati alle camere da letto e alle cuccette, suddivise in alloggi da 2, 4, 6, 8 posti letto con i relativi servizi. Il bivacco invernale, una volta ospitato in una struttura separata, è stato inserito all’interno e investito della duplice funzione di ampliamento del bivacco estivo e di dormitorio invernale vero e proprio, accessibile anche dall’esterno attraverso un’apposita scala. Il piano interrato è riservato esclusivamente agli impianti e ai locali tecnici.

 

Il legame con la preesistenza è fortissimo. Il vecchio rifugio viene inglobato nel nuovo, proprio nel punto dove hanno origine le due ali aggiuntive dell’impianto, lasciandone volutamente visibili le fondazioni in pietra. Il nuovo riemerge dal vecchio ed il vecchio lascia, pian piano, spazio al nuovo, in un’eco continua di rimandi e citazioni. Durante le prime fasi di cantierizzazione, la vecchia struttura è stata completamente tenuta in vita, in modo da fungere da ricovero notturno per le maestranze impegnate nelle operazioni di costruzione e da mantenere il più possibile attiva la funzione di rifugio nei confronti di escursionisti ed alpinisti in cerca di un riparo. Una volta terminate le ali laterali, il vecchio rifugio è stato completamente demolito: le ceneri della baita originaria lasciano spazio al cuore pulsante della nuova costruzione, la Stube, che simultaneamente si affaccia con grandi aperture sulle due vallate a nord e a sud, Pfeifholdertal e Fundes, tra le quali il rifugio stesso funge da punto di connessione, un ponte di ghiaccio tra due valli e due laghi.

 

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Tra modularità e autosufficienza energetica

La possibilità di rotazione del cantiere, per tenere in vita il vecchio rifugio durante i lavori, è dovuta all’impiego di una struttura modulare in montanti e traversi di legno, facilmente trasportabile e assemblabile in opera in tempi diversi. Così come di legno sono i pannelli rigidi utilizzati per i solai, gli irrigidimenti delle scale e della copertura, e la pelle che riveste completamente l’involucro. Un tetto di ardesia, ad unica falda in picchiata verso sud, si sporge leggermente dal volume dell’edificio, fino a proteggere parte della terrazza esterna sul lato sud, mentre lungo il lato nord, scende verticalmente verso il suolo, celando alla vista gran parte del rivestimento ligneo, quasi a voler fortificare la chiusura del rifugio dal lato del freddo e del vento.

Le scelte architettoniche, in termini di proporzioni, orientamento e dimensioni, le tecniche costruttive, i materiali impiegati e la dotazione impiantistica danno vita ad un organismo architettonico completamente autosufficiente dal punto di vista energetico che, sfruttando e manovrando le risorse presenti in natura, riesce a sopravvivere e ad esistere semplicemente per lo scopo per cui è stato creato, senza violare il contesto straordinario in cui è inserito con emissioni velenose dovute al supporto di energie artificiali.

 

Eolico e solare per l’ecorifugio di MoDus

Edelrauthuette20-1Tutti gli elementi naturali vengono utilizzati per creare energia: il sole, l’acqua e il vento. Il tetto spiovente, costituito da una falda continua di circa 245 mq orientata a sud, offre una vasta superficie  su cui installare pannelli solari e fotovoltaici per la produzione di acqua calda sanitaria e di energia elettrica; la stessa superficie del tetto riesce a convogliare in un unico punto di raccolta l’acqua piovana che potrà essere riutilizzata per tutti gli scopi non sanitari, quali l’alimentazione dell’acqua di scarico dei wc e l’irrigazione. Una volta raccolta, l’acqua piovana verrà conservata in una cisterna posizionata nel piano interrato.

La conformazione stessa dell’edificio, con lo spigolo vivo orientato a nord, ad occlusione del freddo e del vento, consente la creazione di una vera e propria camera del vento in grado di captare l’aria e di convogliarla verso pale eoliche che ne sfruttano l’energia per la produzione di elettricità. Qui l’edificio, con la complicità delle texture del legno e dell’ardesia che si fondono l’una nell’altra in un ultimo baluardo difensivo dalle basse temperature, appare quasi materico, possente, con rade bucature per far filtrare la luce. Dall’altro lato invece, un angolo concavo si schiude completamente a sud in ampie vetrate: così la Stube, che su quell’angolo si affaccia, si trasforma in un vero e proprio recuperatore naturale del calore. Una moderna concezione impiantistica inoltre consente di riscaldare separatamente le diverse zone del rifugio, in modo da utilizzare solo l’energia necessaria agli ospiti presenti.

Con il progetto di Ponte di Ghiaccio, MoDus architects risolve brillantemente la dicotomia fortissima tra limite e risorsa propria del contesto d’alta quota, proponendo un modello architettonico che rielabora la tradizione costruttiva montana in termini di sostenibilità e di rispetto dell’ambiente.

 

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