È incredibile come già all’inizio del ‘900 l’inventore del famoso motore prevedeva un esaurimento del carbone e già pensava al sole e al biocarburante
“L’uso degli oli vegetali come carburanti per i motori può sembrare insignificante oggi, ma tali oli nel corso del tempo possono diventare altrettanto importanti quanto il petrolio e il carbone; la forza motrice potrà essere ottenuta col calore del Sole anche quando le riserve dei combustibili liquidi e solidi saranno esaurite”. Queste parole non vengono da qualche esponente ecologista fautore dei biocarburanti, ma sono state pronunciate nel 1912 da “un certo” Rudolph Diesel. Fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento l’energia per tutte le società industriali era fornita dal carbone, di cui esistevano grandi giacimenti in Inghilterra, in Francia, in Germania, in Russia (che allora includeva la Polonia), negli Stati Uniti. Col carbone si otteneva calore e venivano alimentate le centrali elettriche; dalla distillazione del carbone si ottenevano le materie prime per l’industria chimica, il gas illuminante e dei liquidi adatti come carburanti. La quantità del carbone estratto dalle miniere aumentava così rapidamente che un economista inglese, Stanley Jevons (1835-1882), aveva scritto un libro intitolato “Il problema del carbone”, in cui prevedeva che un giorno le miniere di carbone avrebbero potuto esaurirsi. Davanti allo spettro di una possibile scarsità di energia, inventori e scienziati si diedero da fare per vedere come utilizzare l’enorme energia che il Sole rende disponibile ogni anno, dovunque, sempre nella stessa quantità, una fonte di energia, come si dice oggi, rinnovabile e inesauribile. La storia dell’energia mostra che l’attenzione e i progressi nel campo dell’energia solare sono figli dei periodi di scarsità; un secolo fa, alla fine dell’Ottocento, appunto, davanti al rischio dell’esaurimento del carbone, e in questo inizio del Duemila davanti agli alti costi del petrolio e al pericolo del suo esaurimento. Negli anni 1880-1910, in quella che si può chiamare l’ “età dell’oro” dell’energia solare c’è stato un fermento incredibile di ricerche; l’italiano Antonio Pacinotti (1841-1912) ha descritto la possibilità di ottenere elettricità per effetto fotovoltaico (usando la radiazione luminosa del Sole) e per effetto termoelettrico (sfruttando il calore solare). L’ingegnere cileno Carlos Wilson dissetò per oltre trenta anni i minatori che lavoravano nell’assolato e arido altopiano del Cile, trasformando, per distillazione col calore solare, l’acqua salmastra disponibile sul posto in acqua dolce; i distillatori solari di oggi sono ispirati a quell’impianto che produceva 22.000 litri di acqua potabile al giorno. Grandi fisici e chimici come il tedesco Friedrich Kohlrausch (1840-1910) e l’inglese J.J. Thomson (1856-1940), scrissero dei trattati indicando come le società del futuro avrebbero potuto essere alimentate per sempre dall’inesauribile forza del Sole. Il francese August Mouchot, lo svedese Jihn Ericsson e gli americani Aubrey Eneas e Frank Shuman costruirono macchine e pompe per sollevare l’acqua, azionate dal vapore prodotto concentrando con specchi l’energia solare su adatte caldaie. Nel primo decennio del Novecento il grande chimico italiano Giacomo Ciamician (1857-1922), professore nell’Università di Bologna, descrisse gli esperimenti di fotochimica mostrando che la radiazione solare che sta alla base della fotosintesi clorofilliana, e quindi della produzione di tutti i vegetali, avrebbe consentito di installare grandi fabbriche chimiche nei deserti assolati. Tutta questa multinazionale della scienza e della tecnica pensava che il Sole, disponibile in uguale maniera a tutti i popoli della Terra, avrebbe potuto diffondere benessere e sviluppo con una migliore distribuzione della ricchezza e una maggiore giustizia internazionale.
h4{color:#FFFFFF;}. Giorgio Nebbia












