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Antimicrobici veterinari, riduzione irreversibile dell’utilizzo

Uno studio sulla vendita degli antimicrobici veterinari in Europa dimostra che si è ridotta in drasticamente e in modo costante. L’abuso di farmaci può creare resistenza e avere effetti anche sulla salute delle persone e dell’ambiente: la prima prevenzione comincia dal controllo e dal benessere animale. Solo così si può sperare di raggiungere risultati duraturi

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Prevenzione, controllo e benessere animale

L’impiego degli antimicrobici veterinari è in calo costante da alcuni anni. Un dato che fa ben sperare anche sul fronte del benessere animale: è noto che gli animali che crescono negli allevamenti intensivi e in condizioni igieniche precarie si ammalano di più e gli allevatori tendono a somministrare loro antimicrobici non solo come cura ma anche come prevenzione. I veri sistemi di prevenzione, al contrario, cominciano dal controllo e dal benessere animale: solo così si potranno raggiungere risultati duraturi.

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I risultati del progetto ESVAC

Da questo dato possiamo forse dedurre che anche la presenza di allevamenti intensivi sia in calo.

Il Ministero della Salute ha pubblicato il documento Dati di vendita dei medicinali veterinari contenenti sostanze antibiotiche che contiene i risultati del progetto European Surveillance of Veterinary Antimicrobial Consumption (ESVAC).

Il progetto ESVAC ha raccolto i dati del periodo 2010-2022 relativamente al consumo di medicinali antimicrobici per uso veterinario nei Paesi dell’Unione Europea. Avere un quadro esaustivo sull’uso di questi farmaci è essenziale per capire se esistano possibili fattori di rischio che potrebbero portare a una resistenza antimicrobica negli animali.

L’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha avviato il progetto ESVAC nel 2009, quando la Commissione Europea chiese di elaborare un sistema armonizzato di raccolta e comunicazione dei dati sull’uso di agenti antimicrobici veterinari nei Paesi europei.

Dai 9 Paesi iniziali che hanno partecipato al progetto ESVAC, oggi siamo arrivati a 31. L’Italia è entrata nel progetto nel 2010. Dal gennaio 2024 i Paesi partecipanti al progetto hanno comunicato i propri dati su vendite e uso di antimicrobici veterinari, in linea con il regolamento sui medicinali veterinari.

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Tracciabilità delle prescrizioni

Dal 2017, in linea con l’approccio One Health, la strategia nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza si allarga agli animali con l’obiettivo di ridurre l’incidenza e l’impatto delle infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici. Una delle azioni chiave è la sorveglianza del consumo di antibiotici. Dal 2019 l’Italia ha adottato un sistema informatizzato di tracciabilità per la catena di approvvigionamento dei medicinali. Il database centrale rileva i movimenti di tutte le confezioni dal produttore al primo destinatario (grossista, produttore di mangimi, farmacia).

Inoltre, una banca dati documenta le prescrizioni dei medicinali dal veterinario all’utilizzatore finale (quindi veterinario, allevatore, animale da compagnia).

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Ridurre l’uso degli antimicrobici veterinari del 50% entro il 2030

Dal 2022 il sistema è stato completato con i registri elettronici dei farmaci somministrati agli animali per la produzione di alimenti. Questo è un ulteriore punto di controllo per comprendere la presenza di un eventuale rischio di selezione e di diffusione di microrganismi resistenti agli antimicrobici, attraverso indicatori dell’uso di antibiotici negli allevamenti.

La strategia Farm to Fork mira a ridurre del 50% le vendite totali di antimicrobici veterinari (sia per gli allevamenti che per l’acquacoltura) entro il 2030 rispetto al 2018.

Nel 2022 gli Stati UE avevano raggiunto poco più della metà dell’obiettivo fissato per il 2030. Da alcuni anni i dati sono costantemente al ribasso: la riduzione del 50% sembra un obiettivo raggiungibile con un vantaggio per le persone, gli animali e l’ambiente.


Rinnovabili • Turbine eoliche ad asse verticale

Turbine eoliche ad asse verticale, efficienza migliorata del 200%

Dall'EPFL svizzero il primo studio che applica un algoritmo di apprendimento automatico alla progettazione della pale delle turbine VAWT

Turbine eoliche ad asse verticale
via depositphotos

Nuovi progressi per le turbine eoliche ad asse verticale

Un aumento dell’efficienza del 200% e una riduzione delle vibrazioni del 70%. Questi due dei grandi risultati raggiunti nel campo delle turbine eoliche ad asse verticale,  presso l’UNFoLD, il laboratorio di diagnostica del flusso instabile della Scuola Politecnica Federale di Losanna (EPFL). Il merito va a Sébastien Le Fouest e Karen Mulleners che, in un’anteprima mondiale hanno migliorato questa specifica tecnologia impiegando un algoritmo di apprendimento automatico.

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Turbine eoliche VAWT, vantaggi e svantaggi

Si tratta di un progresso a lungo atteso dal comparto. Le turbine eoliche ad asse verticale o VAWT per usare l’acronimo inglese di “Vertical-axis wind turbines” offrono sulla carta diversi vantaggi rispetto ai classici aerogeneratori ad asse orizzontale. Ruotando attorno ad un asse ortogonale al flusso in entrata, il loro lavoro risulta indipendente dalla direzione del vento, permettendogli di funzionare bene anche nei flussi d’aria urbani. Inoltre offrono un design più compatto e operano a frequenze di rotazione più basse, il che riduce significativamente il rumore e il rischio di collisione con uccelli e altri animali volanti. E ancora: le parti meccaniche della trasmissione possono essere posizionate vicino al suolo, facilitando la manutenzione e riducendo i carichi strutturali.

Perché allora non sono la scelta dominante sul mercato eolico? Come spiega lo stesso Le Fouest, si tratta di un problema ingegneristico: le VAWT funzionano bene solo con un flusso d’aria moderato e continuo. “Una forte raffica aumenta l’angolo tra il flusso d’aria e la pala, formando un vortice in un fenomeno chiamato stallo dinamico. Questi vortici creano carichi strutturali transitori che le pale non possono sopportare“, scrive Celia Luterbacher sul sito dell’EPFL.

Energia eolica e algoritmi genetici

Per aumentare la resistenza, i ricercatori hanno cercato di individuare profili di inclinazione ottimali.  Il lavoro è iniziato montando dei sensori, direttamente su una turbina in scala ridotta, a sua volta accoppiata ad un ottimizzatore funzionante con algoritmi genetici di apprendimento. Di cosa si tratta? Di una particolare tipologia di algoritmi euristici basati sul principio della selezione naturale.

Quindi muovendo la pala avanti e indietro con angoli, velocità e ampiezze diverse, hanno generato una serie di profili di inclinazione. “Come in un processo evolutivo, l’algoritmo ha selezionato i profili più efficienti e robusti e ha ricombinato i loro tratti per generare una ‘progenie’ nuova e migliorata”. Questo approccio ha permesso a Le Fouest e Mulleners non solo di identificare due serie di profili di passo che contribuiscono a migliorare significativamente l’efficienza e la robustezza della macchina, ma anche di trasformare la più grande debolezza delle turbine eoliche ad asse verticale in un punto di forza. I risultati sono riportati su un articolo recentemente pubblicato sulla rivista Nature Communications.

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About Author / Stefania Del Bianco

Giornalista scientifica. Da sempre appassionata di hi-tech e innovazione energetica, ha iniziato a collaborare alla testata fin dalle prime fasi progettuali, profilando le aziende di settore. Nel 2008 è entrata a far parte del team di redattori e nel 2011 è diventata coordinatrice di redazione. Negli anni ha curato anche la comunicazione e l'ufficio stampa di Rinnovabili.it. Oggi è Caporedattrice del quotidiano e, tra le altre cose, si occupa quotidianamente delle novità sulle rinnovabili, delle politiche energetiche e delle tematiche legate a tecnologie e mercato.