Archeologia Arborea, la biodiversità delle varietà antiche

La Fondazione Archeologia Arborea ricerca e preserva antiche varietà di alberi da frutto, sotto la guida di Isabella Dalla Ragione, una instancabile Indiana Jones della biodiversità alla costante ricerca dei semi perduti. Con il suo lavoro ha permesso la conservazione di un patrimonio biologico che oggi è possibile studiare e riprodurre

Archeologia Arborea

di Isabella Ceccarini

(Rinnovabili.it) – Archeologia Arborea è un frutteto da collezione creato circa trent’anni fa a San Lorenzo di Lerchi, nei pressi di Città di Castello (PG) dall’antropologo Livio Dalla Ragione insieme alla figlia Isabella, agronoma, vincitrice del Premio Internazionale Nonino nel 2017. Come gli archeologi da un frammento ricostruiscono una civiltà, Archeologia Arborea con un intenso lavoro di ricerca ricostruisce da un frutto la vita delle antiche comunità rurali. Un lavoro paziente per la protezione della biodiversità, dove la scienza si fonde con le tradizioni ancora rintracciabili tra gli anziani agricoltori, negli orti dei monasteri, nei giardini delle vecchie ville. Il patrimonio genetico vegetale preservato dalla Fondazione ha un valore inestimabile per la conservazione della biodiversità.

Il Rapporto Fao 2019 sullo stato della biodiversità ha lanciato un grido di allarme: la biodiversità è fondamentale per la salvaguardia della sicurezza alimentare globale. La sua scomparsa mette a rischio il futuro dei nostri alimenti, della salute dell’uomo e dell’ambiente. In sintesi, non c’è vita senza biodiversità e una volta perduta non è più recuperabile. «Dobbiamo usare la biodiversità in modo sostenibile, in modo da poter rispondere meglio alle crescenti sfide del cambiamento climatico e produrre cibo senza danneggiare il nostro ambiente. Meno biodiversità significa che piante e animali sono più vulnerabili ai parassiti e alle malattie. Elemento che, insieme alla nostra dipendenza da un numero sempre minore di specie per nutrirci, sta mettendo la nostra già fragile sicurezza alimentare sull’orlo del collasso», ha ammonito José Graziano da Silva, già direttore generale della Fao. L’Italia aveva una grande ricchezza di biodiversità agricola e della frutta in particolare. Oggi questa biodiversità si sta erodendo pericolosamente. Ne parliamo con Isabella Dalla Ragione, presidente della Fondazione Archeologia Arborea Onlus.

Da dove è partito e come si svolge il vostro lavoro di ricerca?

Negli anni Settanta e Ottanta mio padre Livio si pose il problema della salvaguardia del mondo rurale e della sua cultura che stava rapidamente scomparendo sotto i colpi dell’agricoltura industriale e del consumo sfrenato, oltre che del boom economico. Seguendo il filo della sua memoria, cominciò a ricercare le vecchie piante da frutto nel nostro territorio (l’Alta Valle del Tevere tra Umbria, Toscana e Marche). Queste piante erano state importanti elementi del paesaggio, della vita quotidiana delle persone e dell’alimentazione, della cultura e della religione. Dunque erano parte integrante della cultura rurale che non era fatta solo di oggetti e strumenti, ma anche di piante e di erbe.

All’inizio siamo andati in cerca delle testimonianze degli anziani agricoltori, poi abbiamo fatto ricerche negli archivi e negli antichi documenti, anche se la cultura rurale è sempre stata orale. L’arte – soprattutto quella del Rinascimento dove la rappresentazione della frutta era così fedele alla realtà – ci permetteva di riconoscere anche le varietà. Se erano raffigurate nel quadro di un importante pittore voleva dire che in quel tempo erano presenti e avevano una grande importanza simbolica. Il nostro lavoro prosegue ancora nello stesso modo, anche se sempre meno sono i testimoni diretti e sempre di più dobbiamo cercare altre fonti di informazione. 

Il Covid-19 sembra aver inviato l’ultimo avviso per la sopravvivenza del Pianeta. Qualcuno ritiene che la conservazione della biodiversità sia un tema per nostalgici. Perché è importante la salvaguardia delle specie vegetali?

La conservazione della biodiversità è la nostra porta per il futuro, rappresenta la nostra sicurezza alimentare. Purtroppo, per molte varietà siamo arrivati tardi. Se una varietà scompare è per sempre, per questo siamo sempre corsi a salvare quelle in pericolo, eravamo coscienti di un’estinzione definitiva. Questo significa non solo scomparsa di geni che potrebbero essere utili in futuro per possibili resistenze a malattie o a cambiamenti climatici, ma anche scomparsa di saperi e di cultura. Non è un discorso di romanticismo o di nostalgia. La biodiversità è la capacità di un sistema di reagire ai cambiamenti climatici e alle nuove malattie. Dunque maggiore è l’elasticità del sistema, maggiore è la biodiversità e maggiore la resilienza. 

Archeologia Arborea,

Nei mercati troviamo sempre le stesse varietà di frutta: sono forse specie più resistenti? 

È vero esattamente il contrario. Le nuove varietà, che sono ovviamente molto poche rispetto al passato, sono state selezionate non per la resistenza ma per la capacità di essere conservate in frigo, di essere grosse e molto colorate tanto da attrarre il consumatore. Ma la qualità spesso è scadente in termini di sapore e profumi, oltre che di sostanze nutritive. La semplificazione delle varietà nei grandi mercati è solo un discorso commerciale e di semplificazione nella raccolta e nella conservazione. Faccio un esempio: l’Italia, che è il terzo produttore mondiale di pere (77 %), produce solo 5 varietà rispetto alle migliaia che c’erano fino a 100 anni fa.

Dalla conservazione delle vecchie specie arboree è possibile passare alla loro reintroduzione? 

Sarebbe assolutamente auspicabile, soprattutto per le piccole e medie aziende che potrebbero convertire le loro produzioni verso le vecchie e antiche varietà per fare una produzione di grande qualità. 

Le aziende della trasformazione sono interessate all’impiego di varietà diverse da quelle consuete? 

Le grandi aziende della trasformazione hanno bisogno di grandi quantitativi e di massa critica. La risposta potrebbero darla le stesse aziende produttrici, che potrebbero fare anche alcuni prodotti trasformati. A volte già succede, e in questo modo l’agricoltore riesce meglio a mantenere il suo reddito. Sarebbe molto importante anche privilegiare il rapporto con la ristorazione di qualità, con i piccoli mercati e con il mondo della nutraceutica.

Come responsabilizzare il consumatore perché diventi protagonista attivo di un cambiamento sostenibile?

Al consumatore occorre spiegare e informarlo sulla produzione, sulla stagionalità, ovvero sulla possibilità che una materia prima ci sia o no rispetto all’andamento stagionale. Spesso la gente chiede prodotti fuori stagione perché non ha più il collegamento con la produzione, con la natura e i tempi delle cose agricole. È anche molto importante informare sulla trasformazione e sui costi relativi, su quanto arriva in tasca all’agricoltore e quanto invece si perde nelle reti intermedie. Se il consumatore riuscisse a capire quanto lavoro ci vuole per produrre un frutto della terra forse avrebbe più rispetto e consumerebbe molto più responsabilmente. Ci sarebbero meno sprechi e più salute. 

Recuperare un rapporto diretto con la terra potrebbe portare a comportamenti più rispettosi dell’ambiente. Nelle città ha senso pensare di incentivare la nascita degli orti urbani?

Mi ricollego a quanto ho detto nella risposta precedente. Se le persone tornano a coltivare in maniera anche hobbistica, anche in piccolo, anche in comunità, si crea una consapevolezza che può aiutare a recuperare il senso della natura e delle stagioni. Quindi ben vengano orti urbani, orti scolastici, orti e frutteti nei parchi. Per riabilitare non solo la frutta, ma anche gli ortaggi. L’ultimo Rapporto FAO sullo Stato della Biodiversità mondiale riporta dati allarmanti, è assolutamente necessario prenderne atto e adottare i necessari provvedimenti. Se la politica deve fare la sua parte, ognuno di noi, con le sue scelte e i suoi comportamenti, può diventare un fattore di cambiamento sostenibile.

1 commento

  1. Come “piccolo” produttore, titolare di Agriturismo in montagna cosentina, piacerebbe reinserire nella Sau coltivata esempi di tale architettura frutticola..A chi mi.rivolgo in Calabria ?

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