COP28, l’agricoltura vista da un’altra prospettiva

Cosa resterà della COP28? Sicuramente molte buone intenzioni, qualche occasione mancata ma anche qualche passo avanti. I sistemi alimentari sono stati inseriti fra i temi chiave del vertice e si è reso evidente il legame tra alimentazione, cambiamento climatico e perdita di biodiversità

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di Isabella Ceccarini

Cambiamento climatico e sistemi alimentari

Agricoltura e alimentazione sono entrate giustamente nel menù della COP28 di Dubai che si è da poco conclusa. Finora nei grandi vertici mondiali i fari sono stati puntati sempre sui combustibili fossili, ma anche i sistemi alimentari hanno responsabilità rilevanti nel cambiamento climatico, dato che sono responsabili di quasi un terzo delle emissioni globali di gas serra. Eppure l’agricoltura può anche contribuire alla soluzione dei problemi ambientali.

COP28, una visione olistica sui problemi del Pianeta

Nei primi giorni della COP28, 159 Stati hanno sottoscritto la Dichiarazione degli Emirati Arabi sull’agricoltura sostenibile, i sistemi alimentari resilienti e l’azione per il clima che riconosce l’impatto dell’agricoltura sul clima e manifesta l’intenzione di inserire i sistemi alimentari nelle NDC (Nationally Determined Contributions, ovvero le promesse dei governi sulla riduzione dei gas climalteranti) entro il 2025.

Da notare che i firmatari della Dichiarazione rappresentano più di tre quarti delle emissioni totali dei sistemi alimentari del mondo. Purtroppo è mancato un testo congiunto sui temi che riguardano la sicurezza alimentare connessa al rispetto dell’ambiente.

Si è reso comunque evidente il legame tra alimentazione, cambiamento climatico e perdita di biodiversità. Non includere i sistemi alimentari fra i temi chiave del vertice sarebbe stata un’occasione mancata.

In realtà questa occasione è stata in gran parte mancata: molti punti sono stati eliminati dalla stesura finale perché non c’è stata una spinta decisiva da parte sia dei governi che della società civile.

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Il Global Stocktake

Le nazioni che hanno firmato l’Accordo di Parigi nel 2015 si sono impegnate a monitorare periodicamente i progressi nel raggiungere gli obiettivi concordati sul clima.

Il Global Stocktake (GST) è un controllo quinquennale che prevede una fase di raccolta delle informazioni, una seconda fase di valutazione tecnica e una terza di valutazione dei risultati.

In questo modo si evidenziano i progressi fatti e cosa correggere per superare eventuali ritardi.

Il Global Stocktake ha rilevato che 51 paesi hanno presentato piani di adattamento, 11 dei quali portati a termine nel 2023: un numero record.

Global Goal on Adaptation

L’obiettivo del Global Goal on Adaptation (GGA) è guidare le parti a costruire la resilienza ai cambiamenti climatici, un fattore prioritario per le nazioni più vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici.

Il GGA era stato annunciato a Parigi, ma la mancanza di un accordo aveva ostacolato la creazione di obiettivi, metriche e indicatori per misurare i risultati.

Il GGA menziona nel testo la riduzione della scarsità di acqua e dell’impatto dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi e sollecita ad aumentare la produzione sostenibile e rigenerativa e l’accesso equo a cibo adeguato e nutriente per tutti. Tuttavia sembrano concetti un po’ vaghi perché mancano richiami ad azioni concrete.

D’altronde si sa che le buone intenzioni sono una caratteristica dei grandi vertici mondiali e troppo spesso rimangono tali. Almeno è positivo che si sia parlato finalmente anche di ecosistemi di acqua dolce, poiché la mancanza di acqua vanifica ogni strategia di adattamento.

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Fondo Loss and Damage

I disastri climatici non si sono fermati. Pochi giorni dopo la fine della COP28 piogge torrenziali e gravi siccità hanno continuato a colpire diverse parti del mondo, dall’Africa, all’Australia agli Stati Uniti.

Questo dovrebbe far riflettere sull’urgenza di mettere in campo azioni risolutive, e soprattutto globali per arginare il cambiamento climatico.

Lo stesso Loss and Damage Fund, finalmente approvato nel tentativo di trovare risposte alla crisi climatica, in realtà mette a disposizione fondi insufficienti (300 miliardi di dollari) per aiutare le comunità ad adattarsi a condizioni climatiche estreme che ormai sono sempre più comuni.

Non si parla di prevenzione, mentre ogni dollaro investito in prevenzione e adattamento ne farebbe risparmiare 14 in perdite e danni all’economia.

Perdite e danni sono conseguenze dei cambiamenti climatici e colpiscono con particolare drammaticità l’agricoltura: affrontarli significa aiutare la sussistenza delle comunità più vulnerabili. Invece anche il Loss and Damage Fund si focalizza soprattutto sui temi energetici e lascia l’agricoltura in secondo piano.

I soldi sono sicuramente importanti, ma non bastano se non c’è contemporaneamente la messa in opera di azioni concrete ed efficaci, e anche l’adattamento deve essere accuratamente monitorato perché abbia un impatto reale.

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L’agricoltura può aiutare nella lotta al cambiamento climatico

Con il lavoro congiunto di Sharm el-Sheikh sull’attuazione dell’azione per il clima su agricoltura e sicurezza alimentare (SSJW) l’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) intende affrontare le questioni relative ad agricoltura e sistemi alimentari includendo anche il ruolo dei piccoli agricoltori e dei pastori come agenti del cambiamento.

SSJW segue il lavoro congiunto di Koronivia (KJWA, 2017). In quella occasione si arrivò a una decisione storica: il riconoscimento del potenziale dell’agricoltura nella lotta ai cambiamenti climatici.

L’obiettivo di SSJW alla COP28 era stabilire una tabella di marcia per iniziare un lavoro congiunto basato su tre workshop da tradurre in tre rapporti di sintesi che sono una sorta di “raccomandazioni” per orientare i governi a definire le loro politiche sui sistemi alimentari.

Alla COP28 da più parti ci si è lamentati di osservare pochi progressi a causa dei passaggi burocratici e delle divergenze sui contenuti: in sostanza non si riusciva a raggiungere un accordo. I tavoli negoziali si sono conclusi con una nota informale, ovvero con un nulla di fatto e il rinvio della questione al prossimo round. Tra l’altro, la nota informale non ha uno status giuridico quindi il fatto che sia la base di partenza per i prossimi negoziati è discrezionale ma non vincolante.

Se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno è sicuramente positivo che aver cominciato a parlare di agricoltura, sicurezza alimentare e cambiamento climatico, ma bisogna ricordare che sono temi di valore universale da affrontare legandoli a situazioni locali e proponendo soluzioni molto concrete.

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