Microplastiche nel piatto, un ingrediente di cui faremmo volentieri a meno

Le microplastiche sono dovunque. Non solo negli ambienti naturali, ma finiscono nel piatto con conseguenze inevitabili sulla salute delle persone. Un’azienda italiana ha individuato una soluzione possibile per eliminare la plastica dagli imballaggi: efficace, non inquinante, riciclabile e compostabile

microplastiche nel piatto
Foto di Naja Bertolt Jensen su Unsplash

L’alternativa sostenibile di un’azienda italiana

Le microplastiche sono un po’ dovunque. Se è scontato trovarle in mare, lo è un po’ meno in montagna, eppure sono anche lì. Il dato incontestabile è che producono dovunque un rischio molto elevato per l’ambiente. Quello a cui non pensiamo mai è che possano entrare a far parte del nostro menù quotidiano, con esiti certamente poco salutari.

L’invasione della plastica

I primi polimeri sintetici risalgono agli anni Sessanta dell’Ottocento, ma l’invasione vera e propria della plastica è iniziata dopo la Seconda guerra mondiale. Il materiale che doveva semplificarci la vita in realtà ce la sta complicando a tal punto da diventare una minaccia per il Pianeta.

La plastica è anche dove non sembra. Un esempio tipico sono le tazzine di carta per il caffè, che molto spesso hanno un leggero rivestimento di plastica.

È il problema dei contenitori monouso composti da elementi misti – quelli di carta hanno spesso un rivestimento di plastica impermeabilizzante – che possono rilasciare microplastiche e altre sostanze dannose.

Gli imballaggi alimentari sono realizzati in gran parte in plastica o con il materiale misto carta/plastica: pensiamo a prodotti come latticini, carne, pesce, bevande, frutta, verdura e bevande (acqua minerale in testa).

Gli imballaggi sono molto importanti dal punto di vista della sicurezza alimentare perché servono anche a mantenere le qualità organolettiche dei cibi.

Tuttavia, si può verificare un’interazione tra i cibi e le sostanze presenti negli imballaggi, cioè l’altra faccia della sicurezza alimentare.

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Acqua e contaminazione da microplastiche

L’acqua è una delle principali sostanze che ci espone alla contaminazione di microplastiche perché è presente dappertutto: non solo la beviamo, ma serve per cucinare, per la pulizia e per la sanificazione degli impianti di lavorazione alimentari.

La combinazione di due fattori – diffusione della plastica e gestione carente della raccolta dei rifiuti – ha fatto sì che nel tempo l’accumulo della plastica nell’ambiente sia diventato un problema fuori controllo.

Tracce di microplastiche si trovano nel suolo, nelle nuvole, nelle acque superficiali, nei sedimenti costieri, nelle sabbie delle spiagge, nei sedimenti d’acqua dolce, nel nostro sangue e perfino nella placenta.

Uno studio dell’Università di Amsterdam sul rapporto tra sangue e microplastiche rivela che in 17 persone su 22 esaminate erano presenti microplastiche in una concentrazione media di 1,6 microgrammi per millilitro. Il polimero più presente è il PET (polietilene tereftalato, quello usato per le bottiglie), seguito da polistirene, polietilene e polimetilmetacrilato.

Ogni settimana mangiamo l’equivalente di una carta di credito

Ma veniamo a noi. Quanta plastica mangiamo? Ce lo dice una ricerca della University of Newcastle (Australia): ogni settimana ingeriamo fino a 2mila piccoli frammenti, equivalenti a circa 5 grammi, l’equivalente di una carta di credito. La media di assunzione annua supera i 250 grammi.

La maggior parte di queste particelle che misurano meno di 5 millimetri, ovvero le microplastiche, viene assorbita attraverso l’acqua, sia in bottiglia che del rubinetto.

Uno degli alimenti più contaminati è il pesce, a causa dell’inquinamento del mare, e sembra ovvio. Quello che sorprende è trovare tracce di microplastiche praticamente dovunque: sale da cucina, latte, miele, riso, zucchero, frutta, verdura, bevande, birra. In questo caso gli studiosi ritengono che la contaminazione derivi dagli imballaggi.

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Cosa succede alla nostra salute?

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità le microplastiche espongono la salute delle persone a rischi di natura fisica, chimica o microbiologica.

Microplastiche e nanoplastiche possono causare danni diretti quando superano le barriere biologiche intestinali, ematoencefaliche, testicolari e persino la placenta.

I contaminanti chimici sono interferenti endocrini, ovvero possono causare problemi nella sfera riproduttiva e nel metabolismo sia negli adulti che in gravidanza e in tutte le fasi della crescita.

Inoltre, le microplastiche possono veicolare microrganismi patogeni come è stato documentato nel materiale raccolto al largo delle coste del Belgio.

Riciclo o riuso?

Il riciclo sembra un’ottima soluzione, tuttavia il risultato non è così scontato. Il processo è molto complesso a causa delle migliaia di polimeri e sostanze chimiche che di fatto impediscono un processo pienamente efficace.

La Direttiva 94/62/EC (PPWD – Packaging and Packaging Waste Directive) definisce le disposizioni comunitarie sulla gestione degli imballaggi e dei rifiuti d’imballaggio per raggiungere un modello sostenibile e circolare. Tuttavia, l’impatto ambientale degli imballaggi è ben lungi dall’essere risolto.

Nel 2022 la Direttiva è stata aggiornata e trasformata in un Regolamento, ma non permetterà di raggiungere in pochi anni obiettivi significativi, anche perché il recepimento cambia tra gli Stati membri.

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Il packaging riutilizzabile è una soluzione percorribile solo in contesti chiusi (ad esempio mense, aeroporti) dove è possibile centralizzare e monitorare la gestione dei resi e realizzare sistemi di lavaggio efficienti per non creare rischi di contaminazione per gli utilizzatori finali.

È quindi importante investire in soluzioni tecnologiche e in materiali alternativi e adattabili a contesti differenti.

Uno studio commissionato da EPPA (Europea Paper Packaging Alliance) ha rilevato che gli imballaggi monouso a base di carta generano 2,8 volte meno emissioni di CO2 e utilizzano 3,4 volte meno acqua nei fast food e piccoli ristoranti rispetto a un’alternativa riutilizzabile in plastica.

Qwarzo®, l’alternativa sostenibile  

Nel 2019 l’azienda italiana Qwarzo è stata riconosciuta come Design Track Winner durante l’Ocean Plastic Innovation Challenge lanciata dal National Geographic e Sky Ocean Ventures.

L’azienda ha realizzato l’unica alternativa minerale alla plastica monouso. Qwarzo® è un rivestimento minerale a base di silice, invisibile e privo di plastica che funzionalizza un imballaggio in carta (FSC®, PEFC®) e lo rende resistente all’umidità, ai grassi, ai gas e alla temperatura.

Qwarzo® si presta a infinite applicazioni. Non altera la riciclabilità e la compostabilità del materiale a cui viene applicato e non rilascia sostanze chimiche dannose né microplastiche, pertanto è sicuro per le persone e per l’ambiente.

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