La Cop15 sulla biodiversità sta fallendo ancor prima di iniziare

Il vertice di ottobre voleva essere l’equivalente dell’accordo di Parigi per la tutela della diversità biologica. Ma i negoziati online e le resistenze di alcuni paesi (Brasile, Malesia, Cina, Argentina) stanno allontanando un quadro comune per affrontare il tema

Cop15 sulla biodiversità: nessun accordo in vista
Foto di Pexels da Pixabay

Quasi terminati gli incontri intermedi della Cop15 sulla biodiversità

(Rinnovabili.it) – Ritardi, orari impossibili e poco fattore umano. Così la Cop15 sulla biodiversità rischia di segnare un clamoroso buco nell’acqua. I negoziati intermedi sono in corso da cinque settimane (sulle sei totali) e sono ancora lontanissimi da tutti gli obiettivi che gli organizzatori si erano dati.

Le aspettative per la Cop15 sulla biodiversità sono molo elevate. Il vertice si terrà a Kunming, in Cina, dall’11 al 24 ottobre prossimi ed è stato presentato come l’incontro che cambierà le carte in tavola sulle politiche verso la diversità biologica. Pechino punta a strappare l’equivalente dell’accordo di Parigi, ma sulla tutela della biodiversità.

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A svelare come stanno procedendo i lavori della diplomazia e qualche retroscena Basile Van Havre, co-presidente della Cop15. Raggiunto da Climate Home News, spiega che “sappiamo che c’è una quantità significativa di negoziati che deve aver luogo. Dobbiamo valutare seriamente se è possibile incontrarci fisicamente a settembre o meno. In caso contrario, non abbiamo tempo”. Ancora troppo distanti le posizioni e nessun abbozzo di testo condiviso da cui partire nel rush finale dei negoziati. “Quindi otteniamo un programma di lavoro che ci permetta di raggiungere l’obiettivo che abbiamo, che è un accordo-quadro ambizioso. Oppure, se riduciamo il piano di lavoro, dovremo cambiare le aspettative per il vertice di Kunming”.

Tutti i timori che erano emersi già per la Cop26 di Glasgow e la possibilità di tenerla solo online si stanno verificando per i lavori preparatori del vertice di Kunming. Difficoltà a lavorare insieme visti i fusi orari così distanti, mancanza di quel tocco personale che permette di arrivare ad accordi quando, al termine delle sessioni formali, ci si ritrova faccia a faccia a discutere in un contesto più informale. E per i paesi più svantaggiati ci sono difficoltà aggiuntive, tanto che si registra uno scarso coinvolgimento nei negoziati da parte delle delegazioni africane. Questi gli ostacoli maggiori, secondo Van Havre. “Non stiamo arrivando alla fase di compromesso e di costruzione di soluzioni. E questa è una grande preoccupazione”.

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Preoccupazione che sembra più che giustificata visti i temi su cui non c’è ancora un accordo, nemmeno di massima. Ad esempio la mobilitazione dei finanziamenti per i paesi in via di sviluppo. E soprattutto la proposta di creare un meccanismo di rendicontazione uguale per tutti, in modo da rendere confrontabili le performance degli Stati in materia di tutela della biodiversità, e dare indicazioni su come correggere la rotta. Senza un meccanismo del genere sarebbe pressoché impossibile misurare i progressi fatti: questo era già il punto debole degli obiettivi 2020 sulla biodiversità, tutti mancati.

“C’è un gruppo di paesi che sono molto protettivi nei confronti delle loro prerogative nazionali”, che non vogliono essere obbligati a seguire le indicazioni date da un sistema globale, fuori dal loro controllo, spiega Van Havre. Si tratta di Brasile, Argentina, Cina, Malesia.

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