Le prime prove dell’impatto negativo del deep sea mining

Secondo uno studio della Queen’s university di Belfast, lo sfruttamento dei giacimenti sottomarini a grandi profondità di nichel, rame, litio, cobalto e terre rare causerebbe l’estinzione di oltre 100 specie di molluschi il cui habitat è ristretto ai soli camini idrotermali

Deep sea mining: le miniere sottomarine cancellano la biodiversità
Noduli polimetallici. By Hannes Grobe/AWI – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=104756773

Lo IUCN ha chiesto una moratoria globale sul deep sea mining

(Rinnovabili.it) – Mentre l’Onu spinge sull’acceleratore per iniziare a sfruttare in grande stile le miniere sottomarine, arrivano nuove evidenze dei danni potenziali che il deep sea mining può provocare agli ecosistemi oceanici profondi. La corsa pazza allo sfruttamento di litio, terre rare, cobalto, rame e altri minerali essenziali per la transizione energetica può provocare l’estinzione di 2/3 delle specie di molluschi che popolano i fondali.

Lo rivela uno studio della Queen’s university di Belfast, uno dei pochi a gettare luce sull’impatto del deep sea mining sulla diversità biologica delle acque profonde. Secondo i ricercatori nordirlandesi, sarebbero a serio rischio estinzione 114 delle 184 specie di molluschi che vivono esclusivamente nei pressi dei camini idrotermali.

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Questi camini sono delle formazioni geologiche che si trovano in alcuni settori dei fondali oceanici e sono i punti in corrispondenza di dorsali oceaniche e altre zone vulcaniche attive da cui fuoriesce acqua calda insieme ai minerali contenuti nella crosta terrestre. Questi si depositano nei pressi della fumarola sottomarina e prendono diverse forme, dalle croste di cobalto ai “campi di patate” composti da noduli polimetallici.

Ci sono proprio queste formazioni nel mirino del deep sea mining. “Le specie che abbiamo studiato sono estremamente dipendenti dall’ecosistema unico delle bocche idrotermali per la loro sopravvivenza”, spiega Elin Thomas, ricercatore principale dello studio pubblicato su Frontiers in Marine Science. “Se le compagnie del deep sea mining vogliono tutti i metalli che si formano nelle bocchette, rimuoverebbero tutto l’habitat da cui provengono le specie dei camini. Ma le specie non hanno altro posto dove andare”.

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Negli ultimi mesi, Nauru e altri stati insulari della Micronesia hanno fatto pressioni all’Isa (International Seabed Authority) per chiudere la discussione sulle linee guida internazionali entro il 2023. Il grosso degli incontri è in programma a tappe forzate tra marzo e luglio del prossimo anno, dopodiché lo sfruttamento delle miniere a mare aperto potrà incominciare su scala commerciale.

L’accelerazione arriva nonostante non esistano studi affidabili sul possibile impatto delle attività di sfruttamento sui fondali marini, un ecosistema poco noto e difficile da studiare. Gli scienziati hanno principalmente dubbi sulle conseguenze per l’inquinamento acustico, luminoso, le vibrazioni e l’innalzamento di nubi di sedimenti causate dalle operazioni di raschiamento dei fondali con l’impatto sulla colonna d’acqua sovrastante. In alcune aree dove sono stati fatti tentativi sperimentali di sfruttamento delle miniere sottomarine, l’ecosistema in 30 anni non si è ancora ripreso del tutto. Per queste ragioni, la più grande organizzazione conservazionista al mondo, lo IUCN, a settembre ha chiesto una moratoria globale sul deep sea mining.

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