L’Indonesia stringe le regole per il commercio di rifiuti provenienti dall’estero

Maggiori controlli nei porti e alle frontiere oltre a un registro per le aziende esportatrici: si allarga il fronte di Paesi del sud est asiatico che provano a regolamentare il flusso di scarti provenienti da Nazioni nord americane ed europee.

commercio di rifiuti Giacarta Indonesia
Discarica nei pressi di Giacarta, 2018 – Foto di Jonathan McIntosh

Dopo il blocco della Cina, le tratte del commercio di rifiuti sono state ridisegnate impattando le limitate capacità di gestione e smaltimento di Paesi come Indonesia, Filippine e Cambogia

 

(Rinnovabili.it) – Il Governo dell’Indonesia ha annunciato misure restrittive per regolare il commercio di rifiuti provenienti da Paesi stranieri: la decisione arriva a seguito del ritrovamento nei scorsi mesi di diversi carichi di scarti regolarmente autorizzati mischiati con altri materiali, non dichiarati e potenzialmente pericolosi per l’ambiente o difficilmente smaltibili negli impianti indonesiani.

 

Il direttore generale degli affari esteri presso il Ministero del commercio indonesiano, Oke Nurwan, ha annunciato l’istituzione di un registro per gl’esportatori spiegando che non verrà autorizzato l’approdo di nessun cargo proveniente da imprese non presenti nel registro.

Nurwan ha aggiunto che verranno disposti anche controlli più severi alle frontiere e negli scali portuali e che la notifica con le nuove norme in materia di traffico internazionale di rifiuti è stata già inviata a 15 nazioni estere, senza specificare quali.

 

Secondo un report di Greenpeace dello scorso aprile, la maggior parte dei rifiuti che giungono in Indonesia proviene da Australia, Germani, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti d’America. Secondo i dati forniti dal Governo indonesiano, nel 2018 le importazioni di rifiuti di plastica sono aumentate del 141% toccando la quota record di 283 mila tonnellate.

 

Fino a metà 2018, la Cina è stata il maggior mercato di destinazione di rifiuti internazionali provenienti soprattutto dal Nord America e da alcuni Stati europei: la tensione generata dai dazi imposti alle importazioni cinesi dal presidente USA Trump e una nuova linea in materia ambientale del Governo di Pechino hanno portato a dimezzare le importazioni di rifiuti solidi lo scorso anno, mentre è d’inizio 2019 il programma cinese per la totale eliminazione di scarti simili entro il 2020.

 

Un blocco che ha causato la deviazione dei flussi di rifiuti verso altri Paesi del sud est asiatico, spesso meno dotati rispetto alla Cina in termini di gestione e stoccaggio degli scarti: tra maggio e luglio, prima le Filippine, poi la Malesia e la Cambogia hanno rinviato al mittente migliaia di tonnellate di rifiuti contaminati giunti irregolarmente nei rispettivi porti.

 

Un fronte che ha preso corpo anche grazie alla stretta sul commercio internazionale messo in campo dalle Nazioni Unite che hanno proposto a metà maggio una modifica alla Convenzione di Basilea: l’accordo ratificato da 186 Paesi (ma non dagli Stati Uniti, il maggior esportatore di rifiuti al mondo, infatti, non fa parte della Conferenza di Basilea) prevede per i Paesi esportatori l’obbligo di ricevere l’autorizzazione dei Paesi riceventi prima di inviare qualsiasi tipo di scarto e impone stringenti limiti per il commercio di rifiuti pericolosi per l’ambiente o quelli non riciclabili.

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