Prima ricerca sul recupero ambientale per atenei pugliesi e CNR

I risultati di una ricerca congiunta per il recupero ambientale del Mar Piccolo di Taranto svolta da Politecnico di Bari, Università di Bari “Aldo Moro” e CNR sono stati pubblicati sulla rivista internazionale “Nature-Scientific Reports”

recupero ambientale
Il Golfo di Taranto con indicazioni delle principali attività industriali incidenti sull’area di studio.

(Rinnovabili.it) – Il Politecnico di Bari (Dipartimento di Ingegneria civile, ambientale, del territorio, edile e di Chimica e Dipartimento di Ingegneria elettrica e dell’informazione), l’Università di Bari “Aldo Moro”(Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali e Dipartimento di Biologia) e del CNR (IRSA, sedi di Taranto e Bari) hanno svolto una ricerca multidisciplinare congiunta dedicata al recupero ambientale del Mar Piccolo di Taranto.

Le attività di ricerca, durate tre anni, sono state coordinate e sostenute dal Commissario straordinario per gli interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione di Taranto. I risultati di questa prima ricerca multidisciplinare di recupero ambientale sono stati pubblicati sulla rivista internazionale “Nature-Scientific Reports” nell’articolo A geo-chemo-mechanical study of a highly polluted marine system (Taranto, Italy) for the enhancement of the conceptual site model.

La ricerca propone un modello concettuale del sistema marino contaminato che può essere preso ad esempio per la gestione del rischio ambientale e per la scelta di soluzioni di mitigazione sostenibili in siti contaminati complessi. I punti chiave della ricerca sono le concentrazioni dei contaminanti, le ragioni della loro distribuzione e la loro disponibilità a muoversi: questi tre elementi possono costituire le basi scientifiche per interventi sostenibili di messa in sicurezza e di risanamento ambientale.

Indagine su un’area ad alto rischio ambientale 

Il Mar Piccolo fa parte di un’area dichiarata ad alto rischio ambientale dove negli ultimi anni è stata rilevata un’alta concentrazione di metalli pesanti e di contaminanti organici. Qui si trovano una riserva naturale di specie protette, una coltivazione di mitili, strutture di manutenzione navale e una base navale strategica.

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I ricercatori hanno raccolto i dati relativi all’origine, la distribuzione e la mobilità dei contaminanti. Di solito le indagini valutano lo stato di contaminazione dei sedimenti giacenti sugli strati superiori, la nuova ricerca ha invece esaminato lo stato dei sedimenti che formano il deposito sul fondo marino. La novità nella metodologia di indagine sta nell’approccio integrato e multidisciplinare che ha permesso di comprendere appieno quanto la contaminazione influisca sull’acqua; studiare le proprietà meccaniche dei sedimenti sarà utile nella progettazione delle misure di mitigazione del rischio ambientale e nelle successive azioni di recupero ambientale. Infatti, la previsione del danno che un contaminante può indurre, dunque del rischio da contaminazione di un sito, deve includere non solo la conoscenza della concentrazione e della distribuzione del contaminante, ma anche la stima del suo destino nel tempo.

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