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SEAT studia l’impatto ambientale del commercio ittico

Il commercio del pesce allevato può avere un importante impatto ambientale. Il progetto europeo SEAT ne ha studiato le caratteristiche analizzando la catena di produzione dei 4 prodotti più importati

Progetto europeo SEAT(Rinnovabili.it) – Cambiano le abitudini alimentari e con loro si modifica anche l’impatto del settore sull’ambiente. I numeri rivelano un aumento sostanziale del consumo di pesce e di frutti di mare, la cui pesca e raccolta quando non gestite correttamente causano danni ambientali e marini.

Dalle statistiche l’Europa emerge come l’importatore singolo più grande, con la maggior parte della merce proveniente dall’Asia.

Per capire al meglio le nuove catene alimentari acquatiche e comprenderne la sostenibilità il progetto europeo SEAT (“Sustainable Trade in Ethical Aquaculture”) ha analizzato i quattro prodotti più importati tilapia, pangasio, gamberetti e gamberi per capire in che modo arrivino dai mari e dai fiumi fino alle nostre tavole.

 

Per rendere le informazioni più precise possibile i ricercatori del team del progetto SEAT sono sia europei che asiatici e si avvalgono della collaborazione di piccole aziende di Bangladesh, Cina, Thailandia e Vietnam.

Analizzando tutta la catena del pescato, dalla produzione dei mangimi fino al trasporto nei mercati e nei ristoranti il progetto ha potuto mettere in evidenza e valutare differenti problematiche legate al commercio ittico dimostrando come e perché alcuni processi siano assolutamente più sostenibili di altri.

Partendo dagli allevamenti è noto che nel sud-est asiatico la maggior parte del pesce venga fatto crescere in laghetti e l’elevata produzione di rifiuti mette a rischio l’ambiente e la salute delle comunità limitrofe. Analizzando le acque e i fenomeni di eutrofizzazione dei laghi il SEAT ha quindi valutato l’impatto degli allevamenti studiando soluzioni di ripristino delle condizioni ambientali ottimali in modo da garantire ai numerosi impiegati del settore di continuare a lavorare.

La conclusione del progetto SEAT è prevista per il novembre prossimo, quando dovrebbe essere garantito un modello di produzione ambientalmente sostenibile.

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Turbine eoliche ad asse verticale, efficienza migliorata del 200%

Dall'EPFL svizzero il primo studio che applica un algoritmo di apprendimento automatico alla progettazione della pale delle turbine VAWT

Turbine eoliche ad asse verticale
via depositphotos

Nuovi progressi per le turbine eoliche ad asse verticale

Un aumento dell’efficienza del 200% e una riduzione delle vibrazioni del 70%. Questi due dei grandi risultati raggiunti nel campo delle turbine eoliche ad asse verticale,  presso l’UNFoLD, il laboratorio di diagnostica del flusso instabile della Scuola Politecnica Federale di Losanna (EPFL). Il merito va a Sébastien Le Fouest e Karen Mulleners che, in un’anteprima mondiale hanno migliorato questa specifica tecnologia impiegando un algoritmo di apprendimento automatico.

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Turbine eoliche VAWT, vantaggi e svantaggi

Si tratta di un progresso a lungo atteso dal comparto. Le turbine eoliche ad asse verticale o VAWT per usare l’acronimo inglese di “Vertical-axis wind turbines” offrono sulla carta diversi vantaggi rispetto ai classici aerogeneratori ad asse orizzontale. Ruotando attorno ad un asse ortogonale al flusso in entrata, il loro lavoro risulta indipendente dalla direzione del vento, permettendogli di funzionare bene anche nei flussi d’aria urbani. Inoltre offrono un design più compatto e operano a frequenze di rotazione più basse, il che riduce significativamente il rumore e il rischio di collisione con uccelli e altri animali volanti. E ancora: le parti meccaniche della trasmissione possono essere posizionate vicino al suolo, facilitando la manutenzione e riducendo i carichi strutturali.

Perché allora non sono la scelta dominante sul mercato eolico? Come spiega lo stesso Le Fouest, si tratta di un problema ingegneristico: le VAWT funzionano bene solo con un flusso d’aria moderato e continuo. “Una forte raffica aumenta l’angolo tra il flusso d’aria e la pala, formando un vortice in un fenomeno chiamato stallo dinamico. Questi vortici creano carichi strutturali transitori che le pale non possono sopportare“, scrive Celia Luterbacher sul sito dell’EPFL.

Energia eolica e algoritmi genetici

Per aumentare la resistenza, i ricercatori hanno cercato di individuare profili di inclinazione ottimali.  Il lavoro è iniziato montando dei sensori, direttamente su una turbina in scala ridotta, a sua volta accoppiata ad un ottimizzatore funzionante con algoritmi genetici di apprendimento. Di cosa si tratta? Di una particolare tipologia di algoritmi euristici basati sul principio della selezione naturale.

Quindi muovendo la pala avanti e indietro con angoli, velocità e ampiezze diverse, hanno generato una serie di profili di inclinazione. “Come in un processo evolutivo, l’algoritmo ha selezionato i profili più efficienti e robusti e ha ricombinato i loro tratti per generare una ‘progenie’ nuova e migliorata”. Questo approccio ha permesso a Le Fouest e Mulleners non solo di identificare due serie di profili di passo che contribuiscono a migliorare significativamente l’efficienza e la robustezza della macchina, ma anche di trasformare la più grande debolezza delle turbine eoliche ad asse verticale in un punto di forza. I risultati sono riportati su un articolo recentemente pubblicato sulla rivista Nature Communications.

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About Author / Stefania Del Bianco

Giornalista scientifica. Da sempre appassionata di hi-tech e innovazione energetica, ha iniziato a collaborare alla testata fin dalle prime fasi progettuali, profilando le aziende di settore. Nel 2008 è entrata a far parte del team di redattori e nel 2011 è diventata coordinatrice di redazione. Negli anni ha curato anche la comunicazione e l'ufficio stampa di Rinnovabili.it. Oggi è Caporedattrice del quotidiano e, tra le altre cose, si occupa quotidianamente delle novità sulle rinnovabili, delle politiche energetiche e delle tematiche legate a tecnologie e mercato.