Può esistere un’economia circolare senza decrescita?

Secondo Federico Savini, professore all’Università di Amsterdam, per ridurre i rifiuti serve una decrescita dei settori economici più inquinanti

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Foto di Hermes Rivera su Unsplash

Cresce la popolarità delle teorie della decrescita e della post-crescita nella pianificazione ambientale

(Rinnovabili.it) – L’economia circolare dovrebbe puntare a ridurre i rifiuti, prima che a riciclarli. E un tale approccio richiede di ripensare il dogma della crescita per riflettere invece sulle opportunità della decrescita o della post-crescita. Questa è la proposta di Federico Savini, professore associato all’Università di Amsterdam, dove si occupa di pianificazione ambientale, istituzioni e polica. Nel 2022 è uscito anche il suo “Post-Growth Planning: Cities Beyond the Market Economy”, in cui questa tesi è racchiusa. Lo abbiamo intervistato per esplorare quella che si presenta come una proposta radicale, ma forse sempre più necessaria.

Perché l’attuale modello di economia circolare rischia di non risolvere il problema dei rifiuti?

“Un’economia che cresce, anche se circolare, genera sempre e comunque un aumento dei consumi e della produzione. In questo senso, se l’economia circolare è concepita come una transizione industriale, e quindi come un sistema di produzione e consumo che punta ad una crescita economica, è allora inevitabile che richieda un nuovo input energetico e di materie prime. Produzione e consumi, per definizione, producono rifiuti, materie di scarto, residui. Basti pensare alla dissipazione di calore, energia, ma anche all’input di materie prime per la produzione di riciclati. Questo problema è particolarmente rilevante in settori energivori ad alta intensità di risorse, come quello dell’edilizia, delle infrastrutture, dell’energia e della produzione petrolchimica, ma anche quello digitale e della plastica. Importante è anche il fatto che una transizione economica richiede risorse economiche ed infrastrutturali che devono essere compensate da un aumento dei consumi, da una domanda stabile nel tempo e di lunga durata”.

È realistico porsi l’obiettivo di un disaccoppiamento fra la produzione di rifiuti e la crescita dell’economia?

“No. Semplicemente per il fatto che dobbiamo sottostare alla seconda legge della termodinamica. Crescita economica è produzione e consumo. La produzione genera dissipazione di energia e di risorse. L’idea che si possa produrre una crescita “dematerializzata” (senza input di materiali) è infondata. Anche la produzione di dati, dell’economia digitale e smart, richiede un altissimo input di risorse ed energia. Il rifiuto è una componente inevitabile della produzione. Va anche detto che la definizione di rifiuto è ormai sorpassata. Il rifiuto è concepito come risorsa, vendibile e riutilizzabile, tramite una crescita dell’economia che comunque produce rifiuti (da dover riutilizzare o eliminare)”.

Quali obiettivi e quali politiche possono supportare la transizione a un’economia realmente circolare? 

“Un’economia realmente circolare è quella che sceglie la riduzione del consumo e della produzione come priorità. In pratica, quella che si concentra sulla prima ‘R’ della definizione generica di economia circolare: riduzione. Questa riduzione non vuol dire sostituzione di un tipo di consumo/produzione lineare ad uno circolare, ma una effettiva rimozione di un intero settore dell’economia. Naturalmente, bisogna pensare ad una rimozione di tutti quei settori che hanno un altissimo impatto ambientale, sia in termini di risorse e materie prime, non generano benessere alla collettività e non sono considerati come “beni essenziali”. Questa definizione esclude tutti quei settori che offrono servizi collettivi e soddisfano bisogni primari: sanità, scuola, casa, mobilità (sostenibile), la prima casa, produzione di cibo sano e di qualità, l’agroecologia, la ricerca, l’arte, la cultura. Sono tutti settori, tra l’altro, che danno lavoro ad esseri umani in primo luogo, piuttosto che a macchinari e algoritmi, pur avendo un’impronta minima rispetto ad industrie come quella dell’aviazione, del lusso o del fast-food. Va detto che questo processo di rimozione permette anche una redistribuzione del reddito, del tempo, dello spazio e del lavoro verso la produzione di beni essenziali. Rivaluta anche l’importanza del lavoro di cura verso le persone, e dà valore (sociale, politico ed economico) ai settori che troppo spesso sono considerati come marginali nell’economia globale e del consumismo”.

Come andrebbe ripensato il riciclo, che oggi è un’industria troppo dipendente dalla produzione di rifiuti?

“Il riciclo è importante, anche perché è impossibile immaginare un’economia, anche se circolare, che non produce rifiuti. Tuttavia, il riciclo deve essere inquadrato in un programma di riduzione dei consumi e di un miglioramento dei consumi essenziali (durata più lunga e materiali facilmente riciclabili). Di fatto, questo è un programma che lo rende inevitabilmente secondario, seppur importante. Non è assurdo immaginare un sistema di riciclo pubblico dove l’imperativo del profitto è sostituito da quello della protezione dell’ambiente. Il problema di un’economia che profitta dal riciclo è che richiede un apporto di rifiuti continuativo (la sua materia prima di fatto). Prendiamo per esempio il caso di Amsterdam. L’azienda dei rifiuti della città di Amsterdam, ormai privatizzata, si trova nella difficile situazione di dover importare rifiuti da Roma (e altre città) per sostenere la produzione del teleriscaldamento e per ripagare gli investimenti dell’impianto di separazione e riciclo. Paradossalmente, la riduzione di rifiuti nella municipalità di Amsterdam è compensata dall’importazione di rifiuti della città di Roma”.

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