Il governo svuota il decreto sul dibattito pubblico

Dal DPCM sul dibattito pubblico scompaiono oleodotti, gasdotti, centrali chimiche e nucleari. Tutte le infrastrutture energetiche sono indiscutibili?

dibattito pubblico

 

Niente dibattito pubblico su trivelle o centrali elettriche

 

(Rinnovabili.it) – Gasdotti, oleodotti, piattaforme petrolifere, centrali chimiche e impianti nucleari. Su nessuna di queste opere energetiche i cittadini dovranno avere voce in capitolo. Lo hanno deciso governo e presidenza del Consiglio, escludendo questi impianti dalle consultazioni previste dalla bozza di decreto che disciplina il dibattito pubblico in Italia. Mentre in Francia il débat public è ormai strumento consolidato di co-decisione tra istituzioni e cittadinanza, in Italia i governi sono sempre stati incapaci di instaurare un dialogo con comitati locali, associazioni e movimenti. Questi gruppi sociali sono sempre stati inquadrati come controparte, i cui interessi non possono pregiudicare opere giudicate “strategiche”. In tal modo si sono acuiti gli scontri politici con realtà consolidate come il No TAV, oppure l’emergente movimento No TAP. L’assenza di un negoziato con le istituzioni che contempli anche l’opzione zero sta mettendo sempre più spesso i cittadini contro i loro rappresentanti. Eppure vi è una vasta e crescente letteratura sociologica a sottolineare come l’etichetta del Nimby sia piuttosto riduttiva, e non rappresenti realmente la posizione dei movimenti sociali che si oppongono alle grandi infrastrutture. La dinamica è molto più complessa, ma negli ambienti istituzionali il concetto non è ancora passato.

 

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Per questo, il gesto compiuto da una manina dentro il governo sul decreto che istituirebbe il dibattito pubblico nel nostro paese rischia di inasprire ulteriormente il confronto. Secondo Legambiente, che ha denunciato il problema, «viene di fatto stravolto il senso della procedura, mutuata dall’esperienza francese, nata con l’obiettivo di rendere finalmente trasparente il confronto con i territori sulle opere pubbliche attraverso una procedura che permettesse di informare e far partecipare le comunità coinvolte, attraverso garanzie sul coinvolgimento, risposte adeguate e tempi chiari».

«È una scelta profondamente sbagliata – ha commentato Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – Chiediamo al Ministro Calenda e alle Regioni di tornare su questa decisione, perché solo la trasparenza sulle scelte e il confronto con il territorio possono portare a scegliere le opere davvero utili nei territori e a costruire il consenso indispensabile alla loro realizzazione. La politica non scappi di fronte ai territori, la fuga non è una soluzione anche nei confronti di TAP o della TAV, come degli altri interventi grandi e piccoli».

 

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