La crisi del mar Rosso chiude il rubinetto del gas all’Italia

Dalla rotta di Bab el-Mandeb e Suez passa il 27% dell’import di petrolio e il 34% di quello di Gnl. Il Qatar, 2° maggior fornitore di gas nel 2023 dopo l’Algeria, blocca le navi metaniere. Seguire la rotta più lunga circumnavigando l’Africa allunga i tempi di consegna di 20 giorni, toglie flessibilità al mercato e spinge in alto i prezzi

Crisi mar Rosso: a rischio 1/3 dell’import di fossili dell’Italia
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Ieri Italia, Francia e Germania hanno avviato un’operazione militare in risposta alla crisi del mar Rosso

(Rinnovabili.it) – Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, oggi è la crisi del mar Rosso a compromettere la sicurezza energetica dell’Italia. È proprio da Bab el-Mandeb (e dal canale di Suez) transita buona parte della “diversificazione energetica” del Belpaese. Ma ora quella rotta è a rischio per i continui attacchi degli Houthi, la fazione yemenita vicina all’Iran e Hamas ringalluzzita dalla guerra a Gaza. E ieri Bruxelles ha deciso di avviare una missione militare – che vede Italia, Francia e Germania protagonisti – per proteggere il traffico navale.

La crisi del mar Rosso affoga l’Italia nella sua dipendenza dalle fonti fossili

Cosa c’è in ballo per l’Italia con la crisi del mar Rosso? Da questo tratto di mare passa il 12% del commercio mondiale ma ben il 40% dell’import-export del Belpaese: in tutto 154 miliardi di euro di merci ogni anno. E una fetta consistente è rappresentata dalle fonti fossili. Dallo stretto di Bab el-Mandeb, dove si concentrano gli attacchi degli Houthi, transita il 27% dell’import di petrolio nazionale. E una quota ancora più consistente di gas naturale liquefatto (Gnl): 18-20 miliardi di metri cubi l’anno, più o meno il 34% dell’import complessivo italiano.

“Circa un terzo del nostro approvvigionamento di gas e petrolio si trova oggi nel mirino degli Houthi. E questo perché la “diversificazione” italiana in risposta all’invasione russa dell’Ucraina non ha puntato sulle energie rinnovabili, ma si è limitata a cambiare fornitore di gas e petrolio, ignorando i rischi ambientali e geopolitici connessi”, commenta Greenpeace in un breve rapporto sui rischi della crisi per la sicurezza energetica dell’Italia.

Per lo Stivale, sul fronte energetico, la preoccupazione maggiore è lo stop al Gnl proveniente dal Qatar. È soprattutto su Doha che i governi italiani, tra Draghi e Meloni, hanno puntato per rimpiazzare le forniture di gas fossile dalla Russia. A fine 2023 il Qatar è il 2° paese da cui l’Italia ha acquistato più gas sui 12 mesi, dopo l’Algeria. Anche senza stop, ma con il dirottamento delle navi metaniere sulla rotta ben più lunga per il capo di Buona Speranza, cioè circumnavigando l’Africa, l’impatto sull’energia sarebbe forte. I tempi di consegna aumentano di 20 giorni, il mercato perde flessibilità e di conseguenza si alzano i prezzi. E in prospettiva, se la crisi del mar Rosso si prolungasse, ci potrebbero essere problemi nel riempimento degli stoccaggi in vista della prossima stagione invernale.

“Invece di investire su un futuro sostenibile, l’Italia si è limitata ad accumulare riserve fossili, senza alcuna attenzione all’emergenza climatica e agli equilibri geopolitici. E adesso si trova di fronte al rischio di una nuova crisi energetica. Chissà cosa deve ancora accadere perché si cambi finalmente rotta – non nel senso della circumnavigazione dell’Africa, ma di una vera e giusta transizione ecologica”, conclude Greenpeace.

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