Iea: crollano le emissioni di metano nel 2020, ma occhio al rimbalzo

La flessione dipende solo dalla pandemia e dal calo della produzione. Pipelines inefficienti causano il 60% delle emissioni. Per l’Agenzia internazionale dell’energia eliminarle “dovrebbe essere una priorità assoluta per tutti”

Emissioni di metano: crollo nel 2020, ma l’Iea teme la ripresa post-Covid
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Le emissioni di metano scendono del 10% a 70 mln di t

(Rinnovabili.it) – Il Covid-19 ha affossato anche le emissioni di metano. Nel 2020 il crollo è stato del 10%, anche in questo caso una flessione senza precedenti come già registrato per la CO2 (-8%). Ma il calo non è strutturale, avverte l’Iea. L’Agenzia internazionale dell’energia vede il rischio concreto che la ripresa post pandemia si traduca in una nuova impennata per questo gas con potere climalterante 80 volte superiore a quello dell’anidride carbonica.

Nel rapporto Methane Tracker 2021, pubblicato stamattina, l’agenzia guidata da Fatih Birol spiega che gran parte del calo delle emissioni di metano nel 2020 si è verificato “non perché le aziende stessero prestando maggiore attenzione per evitare perdite di metano dalle loro operazioni”, cioè per un miglioramento delle prestazioni, bensì “semplicemente perché producevano meno petrolio e gas”.

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Nell’anno appena trascorso, calcola l’Iea, l’industria dell’oil&gas mondiale ha immesso in atmosfera circa 70 milioni di tonnellate di metano (o 2.100 t di CO2e), che per i suoi effetti sul clima sarebbe più o meno l’equivalente delle emissioni annue di CO2 dell’intero comparto energetico dell’Europa. Di queste solo il 40% deriva dalle operazioni di produzione. Le emissioni di metano, infatti, dipendono in 6 casi su 10 da leak, cioè da fuoriuscite durante la fase di trasporto.

Il report di quest’anno peraltro fornisce una misura più accurata di questi leak, grazie alla collaborazione con un sistema di rilevazione satellitare che opera a livello globale. Anche le rilevazioni da satellite mostrano un calo di emissioni ‘involontarie’ dalle pipelines, che passano da 6,7 nel 2019 a 5,5 mln di t. I paesi meno virtuosi? In testa gli Stati Uniti, penalizzati dall’industria dello shale che sotto questo profilo ha un’efficienza bassissima. Seguono Turkmenistan e Russia.

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L’agenzia guidata da Birol sottolinea più volte l’importanza di concentrarsi su questo tipo di emissioni, perché la loro riduzione “è il modo più importante ed economico per l’industria per ridurre al minimo le emissioni complessive”. Per trasformare davvero il comparto oil&gas, quindi, eliminare i leak “dovrebbe essere una priorità assoluta per tutti”. Stati inclusi, visto che secondo l’Iea “le normative possono svolgere un ruolo fondamentale nel garantire che ciò accada”.

L’agenzia analizza poi la possibilità di abbattere le emissioni di metano e in che modo. L’Iea stima che circa l’11% del totale, quasi 8 mln di t, potrebbero essere cancellate senza costi aggiuntivi. Per un’altra fetta, pari al 70% del totale, invece, l’abbattimento è tecnicamente possibile anche se richiede investimenti. Va ricordato che nello scenario formulato dall’Iea in cui il riscaldamento globale è tenuto sotto controllo (Sustainable Development Scenario), le emissioni di metano dovrebbero scendere dai 70 mln di t di oggi a circa 45 mln di t già nel 2025. Significa -35% in appena 4 anni: in pratica, dovrebbero rallentare con lo stesso ritmo con cui sono calate a causa della pandemia, da qui fino alla metà del decennio. Entro il 2030 dovrebbero poi scendere a 25 mln di t, cioè -64% sui livelli di oggi.

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