L’Europa deve alzare del 30% gli investimenti per net zero

Oggi le risorse mobilitate per la transizione ecologica del continente arrivano a 30mila mld euro entro il 2050. Devono crescere di altri 10mila mld, sostiene un rapporto dell’istituto Rousseau. La spesa pubblica deve raddoppiare, aumentando di 260 mld l’anno: sempre meno di quanto oggi i Ventisette spendono in sussidi fossili (359 mld), e meno delle risorse stanziate annualmente per la ripresa post-Covid (338 mld)

Investimenti per net zero UE: servono 1.520 mld l’anno fino al 2050
Foto di Markus Spiske su Unsplash

Gli investimenti per net zero devono arrivare al 10% del pil UE

(Rinnovabili.it) – Se l’Europa vuole raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 deve aumentare gli investimenti del 30% rispetto ai livelli di oggi. Sono necessari investimenti per net zero pari a 1.520 miliardi di euro ogni anno, l’equivalente del 10% del pil UE. In tutto, 40mila mld euro entro metà secolo. Solo così si potranno attivare le 37 “leve per la decarbonizzazione” necessarie ad abbattere le emissioni del continente. Lo ha calcolato l’Institut Rousseau, un think tank francese, in un rapporto commissionato dai Verdi europei.

“Il principale motivo del divario tra la portata ambiziosa degli obiettivi fissati e l’effettiva attuazione delle politiche per raggiungerli, sia a livello dell’UE che degli Stati membri, è la barriera finanziaria”, sostengono gli autori. Due i problemi principali.

Spendere meglio per spendere meno…

Da un lato, gli investimenti mobilitati oggi non sono sempre ben calibrati. Per raggiungere la neutralità climatica sarà necessario “un massiccio disinvestimento da settori divenuti parzialmente o completamente obsoleti”. Una condizione imprescindibile perché influenza la spesa verde aggiuntiva che i Ventisette dovranno mettere in campo. “Senza questo cambiamento attivo, non solo non sarà possibile raggiungere la neutralità del carbonio, ma anche i costi aggiuntivi saranno più elevati”, sottolinea il rapporto. In breve: occorre spendere meglio per spendere meno.

…ma dovremo anche spendere di più

Dall’altro lato, i volumi di investimenti per net zero disponibili oggi non bastano. Dai 30mila mld euro previsti da qui al 2050 bisogna passare a 40 mld. Un aumento che equivale al 2,3% del pil attuale dell’UE. Nel dettaglio, ai 1.160 mld già mobilitati ogni anno oggi se ne dovranno aggiungere altri 360. Di questi, 250 miliardi (circa 2/3) a carico del settore pubblico e la parte rimanente a carico del settore privato.

Inquadrare gli investimenti per net zero

Per calcolare gli investimenti per net zero aggiuntivi, l’Istituto Rousseau si è basato su 37 “leve per la decarbonizzazione”, cioè aree di intervento prioritarie essenziali per abbattere le emissioni UE. Dalla conversione dei trasporti ad alimentazioni low-carbon all’abbandono graduale di carbone e petrolio, dal recupero di CO2 dai processi industriali alla promozione capillare di pratiche agroecologiche in agricoltura, dall’ammodernamento degli edifici per migliorare l’efficienza energetica alla protezione degli ecosistemi che stoccano CO2.

Per attivare queste leve serviranno piani di investimento per net zero coraggiosi. Ma non si tratta di iniziative senza precedenti. Il rapporto nota che i 10mila mld euro in più al 2050 necessari, se spalmati su ciascun anno, sono circa metà di quanto l’UE spende per importare combustibili fossili. La spesa pubblica verde dovrebbe raddoppiare, da 250 a 510 mld l’anno. Si tratta cioè di mettere in campo 260 mld euro l’anno in più. Una cifra che, se oggi sembra inverosimile per i vincoli del patto di stabilità, è pur sempre meno dei 338 mld l’anno mobilitati con i piani di ripresa post-Covid e dei 359 mld l’anno che i Ventisette spendono in sussidi alle fossili ancora oggi.

“Questo piano di investimenti non è solo necessario ma anche vantaggioso. Creerà posti di lavoro a livello locale e aumenterà il potere d’acquisto della maggior parte degli europei nel breve termine. Se si scegliessero opzioni di produzione locale e di sufficienza, queste rafforzerebbero anche la sicurezza energetica dell’UE, nonché la sovranità economica, la competitività e la bilancia commerciale”, concludono gli autori.

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