Dietro le quinte, l’Italia ha sabotato le regole sulla due diligence aziendale sostenibile

Roma ha seguito Berlino, anche su pressioni di Confindustria, e si sarebbe astenuta sull’ok alle nuove regole per la due diligence societaria sostenibile. Così traballa l’accordo politico informale raggiunto a dicembre tra Europarlamento e Consiglio

Due diligence aziendale: Italia e Germania allergiche alla sostenibilità
Foto di Evgeni Tcherkasski su Unsplash

Il provvedimento potrebbe finire nel cassetto in attesa delle elezioni UE di giugno 2024

(Rinnovabili.it) – La tattica assomiglia molto a quella già sperimentata con la messa al bando delle auto diesel e benzina entro il 2035: lasciare che sia la Germania a esporsi, anche se fuori tempo massimo e contro ogni etichetta diplomatica europea. E poi salire alla chetichella sul carro di Berlino per far passare anche le proprie idee. La prima volta andò maluccio. Ma l’Italia poté fare la voce grossa. Questa volta non si tratta di motori endotermici ma delle nuove regole UE sulla due diligence aziendale sostenibile. A cui sia il governo tedesco sia l’esecutivo Meloni sembrano particolarmente allergici.

La nuova due diligence aziendale sostenibile

Bruxelles ha proposto di rafforzare il monitoraggio delle performance delle aziende in tema di ambiente, clima e diritti umani. Le nuove regole impongono alle grandi aziende di tutelarli lungo l’intera catena del valore, pena multe che possono arrivare anche al 5% del fatturato. E chi viene danneggiato in paesi terzi può accedere a un meccanismo specifico per chiedere compensazioni. Il business plan dovrà essere allineato con una traiettoria per 1,5°C e verificato da controllori indipendenti.

Le nuove regole valgono per tutte le aziende europee e le case madri con più di 500 dipendenti e un fatturato globale superiore a 150 milioni di euro, a prescindere dal settore in cui operano. Ma la due diligence aziendale sostenibile scatta anche per le grandi imprese con almeno 250 dipendenti e un fatturato oltre i 40 milioni di euro, se metà del fatturato è generato in una lista di settori considerati particolarmente vulnerabili. Tra cui tessile, abbigliamento, agricoltura e foreste, trasformazione di alimenti, estrazione e commercio di risorse minerarie.

Roma e Berlino contro l’entrata in vigore di regole già approvate

Tutto questo è il contenuto dell’accordo già raggiunto tra Europarlamento e Consiglio UE a dicembre 2023. Che va però ratificato da entrambi i co-legislatori. Il vertice Coreper di venerdì scorso – gli ambasciatori dei Ventisette presso l’UE, che preparano il campo alla ratifica – non ha prodotto nessuna fumata, né bianca né nera, perché la due diligence aziendale è stata tolta all’ultimo minuto dall’agenda.

Il motivo? Le regole sarebbero state bocciate, lasciando nel limbo il provvedimento, perché la Germania si sarebbe astenuta e l’Italia avrebbe fatto la stessa scelta. Facendo così mancare la maggioranza qualificata necessaria per il via libera. Per Berlino, le ragioni stanno nella litigiosa coalizione di governo, con i liberali di FDP, la terza gamba dell’esecutivo Scholz, che vogliono sabotare la due diligence aziendale perché caricherebbe le imprese di troppa burocrazia.

L’Italia si è accodata, in una decisione che riflette anche le pressioni provenienti dalle sigle di categoria come Confindustria. “L’Italia è decisiva per fermare il testo attuale, macchinoso e ingestibile. Per questo chiediamo al Governo italiano di astenersi”, ha dichiarato Stefan Pan, delegato di Confindustria. Anche Austria e Finlandia avevano sollevato dubbi. Ma senza l’astensione di Roma, il testo sarebbe potuto passare.

Non è chiaro quale sarà il destino delle nuove regole. Negoziati riaperti o discussioni protratte in sede di Consiglio rischiano di far rimettere il dossier nel cassetto, visti i pochi mesi che mancano alle prossime elezioni UE di giugno 2024.

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