Multe pari al 5% del fatturato: ok finale alla direttiva UE sulla due diligence aziendale sostenibile

Ambiente, clima e diritti umani dovranno essere tutelati dalle grandi imprese, europee e non, lungo tutta la catena del valore. Introdotti meccanismi di controllo indipendenti e la possibilità, per chi è danneggiato in paesi terzi, di chiedere compensazioni. Chi non rispetta i nuovi obblighi potrebbe pagare multe fino al 5% del fatturato netto globale

Due diligence aziendale sostenibile: l’UE da l’ok alle nuove regole
Foto di Martin Sanchez su Unsplash

Europarlamento e Consiglio hanno approvato oggi la nuova direttiva

(Rinnovabili.it) – Le grandi aziende europee diventano responsabili per i danni all’ambiente e al clima e per le violazioni dei diritti umani lungo tutta la catena di fornitura. Per chi sgarra, in arrivo multe fino al 5% del fatturato. E ogni impresa dovrà allineare il proprio modello di business all’obiettivo di non sforare gli 1,5 gradi di riscaldamento globale. Lo stabilisce la nuova direttiva UE sulla due diligence aziendale sostenibile, approvata oggi da Consiglio e Europarlamento.

A chi si applica la nuova due diligence aziendale sostenibile

Le nuove regole valgono per tutte le aziende europee e le case madri con più di 500 dipendenti e un fatturato globale superiore a 150 milioni di euro, a prescindere dal settore in cui operano. Ma la due diligence aziendale sostenibile scatta anche per le grandi imprese con almeno 250 dipendenti e un fatturato oltre i 40 milioni di euro, se metà del fatturato è generato in una lista di settori considerati particolarmente vulnerabili. Tra cui tessile, abbigliamento, agricoltura e foreste, trasformazione di alimenti, estrazione e commercio di risorse minerarie. Per le aziende non basate in UE, la due diligence si applica se il fatturato europeo supera i 300 milioni.

L’arsenale UE: obblighi, multe, naming & shaming

Cosa prevede in concreto la direttiva UE sulla due diligence aziendale sostenibile? Ogni impresa interessata dovrà integrare le sue policy di gestione del rischio identificando i possibili impatti negativi delle sue operazioni su ambiente, clima e diritti umani. In pratica, il business plan dovrà essere allineato a una traiettoria per 1,5°C, mentre dovranno essere presenti policy di tutela degli ecosistemi interessati dal business per prevenire deforestazione, inquinamento, degrado degli ecosistemi naturali, prelievo eccessivo di acqua, ma anche sfruttamento del lavoro minorile e schiavitù. Le policy aziendali dovranno anche dare una valutazione dell’impatto attuale e stabilire come prevenirlo e mitigarne gli effetti.

Questo processo sarà ancorato a meccanismi di controllo terzi. Ogni stato UE deve istituire un’autorità di controllo incaricata di monitorare il rispetto della direttiva, alla quale le aziende interessate dovranno inviare report periodici e aggiornamenti. In più, la direttiva sulla due diligence aziendale sostenibile prevede l’obbligo, per le imprese, di comunicare ai partner commerciali le proprie policy e istituisce la possibilità, per i cittadini colpiti da impatti negativi derivanti dalle operazioni delle aziende nei loro paesi, di chiedere formalmente delle compensazioni. Per chi non rispetta il nuovo quadro normativo sono previste multe fino al 5% del fatturato globale e c’è la possibilità, da parte delle autorità di controllo, di comunicare pubblicamente il mancato rispetto degli obblighi (naming & shaming).

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