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Rifiuti speciali: Italia prima in Europa per riciclo

Un'eccellenza a cui servono, tuttavia, nuovi impianti di recupero e norme adeguate per limitare lo smaltimento in discarica

Rifiuti speciali
Foto di RitaE da Pixabay

Presentato lo studio sui rifiuti speciali nel corso de Il Verde e il Blu Festival

L’Italia si conferma eccellenza nel riciclo dei rifiuti speciali a livello europeo. Ma se ne producono ancora troppi rispetto agli altri Paesi e le criticità dovute alla mancanza di un adeguato sistema impiantistico limitano le potenzialità di sviluppo “circolare”. Sono queste le principali evidenze che emergono dal dossier “I rifiuti prodotti dalle attività economiche: tanta virtù… e qualche criticità da risolvere”, realizzato dal Laboratorio REF Ricerche per FISE Assoambiente (Associazione delle imprese di igiene urbana, riciclo, recupero e smaltimento di rifiuti urbani e speciali ed attività di bonifica). Lo studio sarà presentato questo pomeriggio a Milano nel corso del “Il Verde e il Blu Festival”, in programma dal 10 al 12 settembre e propone un interessante confronto tra il sistema italiano di gestione dei rifiuti speciali e quello di alcune tra le principali realtà europee (Germania, Francia e Spagna).

Il primato italiano nel riciclo dei rifiuti speciali

I rifiuti prodotti dalle attività economiche in Italia sono pari a circa 82 milioni di tonnellate. Nel confronto europeo l’Italia si posiziona molto bene sul fronte del riciclo, con la leadership assoluta nella percentuale di recupero di materia che sfiora l’80% (79,3%) e molto vicina al primo posto assoluto della Francia (20%) per tasso di circolarità, ovvero la quota percentuale di materiale recuperato e reimmesso nell’economia sul totale di materia, con il 19,5%. Il 50% dei rifiuti speciali proviene da precedenti trattamenti di acque reflue e rifiuti (in gran parte dei casi finalizzati al riciclo) e il 30% dal manifatturiero.

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L’incidenza così elevata della presenza di rifiuti speciali provenienti dal trattamento di rifiuti testimonia, da un lato, un modello di gestione che spinge sul recupero di materia, ma dall’altro su questo dato pesa il quantitativo di rifiuti che entra come urbano negli impianti di trattamento meccanico biologico e da questi esce con la qualifica di speciale, una qualifica che consente, soprattutto alle Regioni prive di impiantistica, di poter superare i confini regionali, rinviando tuttavia la soluzione del problema di come garantire la chiusura del ciclo dei rifiuti.

La metà dei rifiuti speciali finisce ancora in discarica. Resta residuale il recupero energetico, decisamente più sviluppato in altri Paesi del Vecchio Continente.

Rifiuti da attività economiche e PIL, in Italia crescono di più i primi

In Italia la produzione dei rifiuti da attività economiche negli ultimi anni è cresciuta più del PIL. Nell’intervallo temporale 2010-2018 il PIL italiano è cresciuto del 10%, mentre questi rifiuti sono aumentati del 23%. L’esatto contrario di quanto registrato in altri Paesi europei come Germania e Francia, in cui nello stesso periodo lo sviluppo del Prodotto Interno Lordo (rispettivamente +31% e +18%) è stato di gran lunga superiore all’aumento dei rifiuti da attività economiche (rispettivamente +14% e +5%). Nel nostro Paese per ogni 1.000 euro di PIL si producono 47 kg di rifiuti contro i 42 della Spagna, i 35 della Germania e i 33 della Francia.

Il trattamento dei fanghi

In Italia la produzione di fanghi (11,7 mln di tonnellate) è decisamente più elevata che in Germania dove se ne producono 3,5 mln di t. e il trend è in deciso aumento (+9% tra il 2018 e il 2019). La principale forma di gestione resta la discarica (56%). Si attende da tempo un intervento normativo che chiarisca le possibilità di utilizzo in agricoltura, il recupero di nutrienti e la produzione di fertilizzanti e ogni altra forma di recupero di materia e quindi di energia, secondo la gerarchia dei rifiuti, anche in vista dell’auspicato aumento delle attività di depurazione. 

I dati presentati dal REF evidenziano infine due trend: continua a crescere la voce degli stoccaggi (18 mln di tonnellate) complice la carenza impiantistica del nostro Paese; resta stabile il numero degli impianti presenti in Italia, vicino agli 11.000, a testimonianza di un settore parcellizzato e diffuso sul territorio. Guardando con fiducia ai prossimi mesi e alla ripresa del PIL, non può non emergere qualche preoccupazione su un possibile nuovo aumento dei rifiuti da attività economiche e sulla necessità, quindi, di aumentare la dotazione impiantistica necessaria a gestirli efficacemente, oltre che a colmare il gap già presente.

“Lo sviluppo tecnologico richiesto dal percorso di transizione energetica verso le fonti rinnovabili, la decarbonizzazione e l’economia circolare”, sottolinea Marco Steardo – Vice Presidente FISE Assoambiente, “implica un potenziamento delle attività di riciclo e di estrazione delle materie prime critiche dai rifiuti, per ovviare alla mancanza di materie prime vergini, evitando di dipendere dall’estero, affinché la gestione dei rifiuti nel nostro Paese possa contribuire a creare crescita, valore e occupazione”.    

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La gestione efficiente dei rifiuti delle attività economiche è un pezzo decisivo della competitività del nostro tessuto industriale. Occorrono una strategia, regole chiare e percorsi autorizzativi semplificati, oltre a impianti finali in grado di assicurare uno sbocco agli scarti del riciclo e recuperare energia”, conclude Donato Berardi – Direttore del Laboratorio REF Ricerche.    

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Rinnovabili • Turbine eoliche ad asse verticale

Turbine eoliche ad asse verticale, efficienza migliorata del 200%

Dall'EPFL svizzero il primo studio che applica un algoritmo di apprendimento automatico alla progettazione della pale delle turbine VAWT

Turbine eoliche ad asse verticale
via depositphotos

Nuovi progressi per le turbine eoliche ad asse verticale

Un aumento dell’efficienza del 200% e una riduzione delle vibrazioni del 70%. Questi due dei grandi risultati raggiunti nel campo delle turbine eoliche ad asse verticale,  presso l’UNFoLD, il laboratorio di diagnostica del flusso instabile della Scuola Politecnica Federale di Losanna (EPFL). Il merito va a Sébastien Le Fouest e Karen Mulleners che, in un’anteprima mondiale hanno migliorato questa specifica tecnologia impiegando un algoritmo di apprendimento automatico.

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Turbine eoliche VAWT, vantaggi e svantaggi

Si tratta di un progresso a lungo atteso dal comparto. Le turbine eoliche ad asse verticale o VAWT per usare l’acronimo inglese di “Vertical-axis wind turbines” offrono sulla carta diversi vantaggi rispetto ai classici aerogeneratori ad asse orizzontale. Ruotando attorno ad un asse ortogonale al flusso in entrata, il loro lavoro risulta indipendente dalla direzione del vento, permettendogli di funzionare bene anche nei flussi d’aria urbani. Inoltre offrono un design più compatto e operano a frequenze di rotazione più basse, il che riduce significativamente il rumore e il rischio di collisione con uccelli e altri animali volanti. E ancora: le parti meccaniche della trasmissione possono essere posizionate vicino al suolo, facilitando la manutenzione e riducendo i carichi strutturali.

Perché allora non sono la scelta dominante sul mercato eolico? Come spiega lo stesso Le Fouest, si tratta di un problema ingegneristico: le VAWT funzionano bene solo con un flusso d’aria moderato e continuo. “Una forte raffica aumenta l’angolo tra il flusso d’aria e la pala, formando un vortice in un fenomeno chiamato stallo dinamico. Questi vortici creano carichi strutturali transitori che le pale non possono sopportare“, scrive Celia Luterbacher sul sito dell’EPFL.

Energia eolica e algoritmi genetici

Per aumentare la resistenza, i ricercatori hanno cercato di individuare profili di inclinazione ottimali.  Il lavoro è iniziato montando dei sensori, direttamente su una turbina in scala ridotta, a sua volta accoppiata ad un ottimizzatore funzionante con algoritmi genetici di apprendimento. Di cosa si tratta? Di una particolare tipologia di algoritmi euristici basati sul principio della selezione naturale.

Quindi muovendo la pala avanti e indietro con angoli, velocità e ampiezze diverse, hanno generato una serie di profili di inclinazione. “Come in un processo evolutivo, l’algoritmo ha selezionato i profili più efficienti e robusti e ha ricombinato i loro tratti per generare una ‘progenie’ nuova e migliorata”. Questo approccio ha permesso a Le Fouest e Mulleners non solo di identificare due serie di profili di passo che contribuiscono a migliorare significativamente l’efficienza e la robustezza della macchina, ma anche di trasformare la più grande debolezza delle turbine eoliche ad asse verticale in un punto di forza. I risultati sono riportati su un articolo recentemente pubblicato sulla rivista Nature Communications.

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About Author / Stefania Del Bianco

Giornalista scientifica. Da sempre appassionata di hi-tech e innovazione energetica, ha iniziato a collaborare alla testata fin dalle prime fasi progettuali, profilando le aziende di settore. Nel 2008 è entrata a far parte del team di redattori e nel 2011 è diventata coordinatrice di redazione. Negli anni ha curato anche la comunicazione e l'ufficio stampa di Rinnovabili.it. Oggi è Caporedattrice del quotidiano e, tra le altre cose, si occupa quotidianamente delle novità sulle rinnovabili, delle politiche energetiche e delle tematiche legate a tecnologie e mercato.