Petrolio a rischio: perché la chiusura dell'oleodotto saudita è una pessima notizia per i mercati.

Cosa comporta per l’offerta di petrolio la chiusura dell’oleodotto saudita Petroline
Con il conflitto in Medio Oriente l’oleodotto dell’Arabia Saudita, che collega la penisola da Est a Ovest, era diventato un’alternativa cruciale per trasportare il petrolio greggio del regno verso i mercati globali. L’oleodotto è stato chiuso l’11 settembre, dopo aver subito una serie di attacchi con droni partiti dall’Iraq. Questi attacchi hanno distrutto una delle principali alternative dell’Arabia Saudita per aggirare Hormuz.
Costruito negli anni Ottanta e lungo 1.200 km, l’oleodotto è noto anche come Petroline e serve a trasportare il greggio dai giacimenti dell’Arabia Saudita situati nell’area orientale del territorio fino al porto di Yanbu, affacciato sul Mar Rosso.
Ha una capacità massima di circa 7 milioni di barili al giorno e per questa ragione era diventato fondamentale da quando il conflitto in Medio Oriente ha impedito la navigazione nello Stretto di Hormuz. L’Arabia Saudita aveva aumentato la quantità di greggio trasportata verso Ovest tramite l’oleodotto fino a quasi 4 milioni di barili al giorno, corrispondenti a circa il 4% dell’offerta globale secondo l’AIE. Un anno fa il volume si aggirava intorno ai 973.000 barili al giorno.
L’oleodotto, dunque, fino a questo momento aveva funzionato come misura di emergenza, consentendo al principale esportatore mondiale di petrolio di garantire parte delle esportazioni anche quando le rotte tradizionali attraverso il Golfo Persico erano diventate impraticabili. A settembre 2025, prima degli attacchi, l’Arabia Saudita ha prodotto quasi 10 milioni di barili di petrolio al giorno ma ad agosto era scesa a 6 milioni di barili al giorno, ha riferito l’AIE.
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Il traffico attraverso Hormuz è in ripresa ma è molto al di sotto dei livelli precedenti al conflitto iniziato a febbraio. La società Lloyd’s List Intelligence ha registrato 90 transiti nella prima settimana di settembre. Prima della guerra passavano, invece, circa 130 navi al giorno.
Ribelli yemeniti Houthi rafforzano il controllo sullo Stretto di Bab el-Mandeb
Il problema adesso è che i ribelli yemeniti Houthi hanno rafforzato il controllo sullo Stretto di Bab el-Mandeb, o Bab al-Mandeb, la via d’acqua che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso e, in ultima analisi, al Canale di Suez.
In lotta contro il Governo yemenita riconosciuto a livello internazionale e sostenuto dai sauditi, il gruppo la scorsa settimana ha conquistato la porzione di costa dello Yemen affacciata sul Mar Rosso e appunto, lo Stretto di Bab al-Mandeb, emerso come alternativa a Hormuz a seguito del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Nei mesi passati si era tornati a parlare di Bab al-Mandeb, dell’importanza che riveste per i traffici internazionali di petrolio e di quanto fosse vulnerabile.
Gli analisti di Melius Research hanno sostenuto che a inizio settembre circa 3 milioni di barili di petrolio al giorno transitassero in media attraverso Bab el-Mandeb, ma questa settimana hanno spiegato che ora potrebbero essere pari a zero.
Per via degli attacchi degli Houthi, la maggior parte del traffico saudita diretta a Yanbu è stata dirottata a Nord verso il Mediterraneo, o tramite il Canale di Suez o tramite l’oleodotto egiziano SUMED. Tuttavia, gli Houthi hanno iniziato a colpire il traffico navale saudita anche a Nord.
Il gruppo aveva conquistato la capitale dello Yemen, Sanaa, nel 2014, all’inizio della guerra civile, costringendo il Governo a rifugiarsi ad Aden, nel Sud del Paese. L’anno successivo l’Arabia Saudita ha guidato una coalizione internazionale a sostegno del Governo yemenita e ha messo a segno una serie di raid. Intanto, lo Yemen sprofondava in una delle peggiori catastrofi umanitarie mai viste al mondo. La nuova offensiva ha riacceso le ostilità di una guerra mai terminata formalmente, ma che sembrava essersi sopita dopo la tregua mediata dall’ONU nel 2022. Il gruppo avrebbe sfruttato questo periodo di quattro anni per rafforzarsi e ampliare le proprie capacità missilistiche e di droni.
Teheran sostiene da tempo gli Houthi in funzione anti-israeliana e fornisce loro armi e tecnologia militare. Tuttavia, i ribelli perseguono obiettivi propri. Ora resta da capire cosa intendano fare di Bab al-Mandeb. Alcuni analisti segnalano che, da quando nel 2023 gli Houthi hanno iniziato a colpire le navi nel Mar Rosso, potrebbero aver estorto pagamenti illeciti ad alcune agenzie di navigazione in cambio del passaggio sicuro.
L’Arabia Saudita in cerca di garanzie dall’Egitto
Mirette Mabrouk, esperta del Middle East Institute, ha detto a France 24 che il leader de facto dell’Arabia Saudita, il principe ereditario Mohammed bin Salman, starebbe cercando garanzie dall’Egitto affinché intervenga per proteggere Bab al-Mandeb. L’analista ha aggiunto che l’Egitto, che vede minacciata la rotta del Canale di Suez a causa degli Houthi, “combatterà se necessario, ma questa non è la posizione predefinita“. “La posizione predefinita – ha proseguito – è percorrere ogni altra opzione prima di arrivare a quel punto“.












