Chiudere i negoziati entro l'anno in corso, come vorrebbe la Commissione UE, sembra una sfida abbastanza difficile da vincere.

Estensione del “Made in Europe”: Paesi UE ancora distanti su chi dovrebbe rientrare nella definizione
A sei mesi di distanza, i 27 Governi dell’Unione Europea non sono ancora riusciti a trovare un punto d’incontro sull’Industrial Accelerator Act e su quanti Paesi debbano essere ammessi nel gruppo considerato del “Made in Europe“. Farne parte consentirebbe un accesso privilegiato ai contratti pubblici per molti settori, come parchi eolici, acciaio e cemento.
La Commissione Europea ha presentato l’Industrial Accelerator Act a marzo 2026 con lo scopo di dirottare la potenza di fuoco della spesa pubblica dell’UE destinata a tecnologie verdi, industria ad alta intensità energetica e settore automobilistico alle aziende europee, sostenendole in questo modo nella competizione con gli esportatori cinesi.
Sul Made in Europe i Paesi europei sono ancora lontani dal trovare un’intesa. Germania e Spagna mantengono visioni contrapposte sull’estensione dell’iniziativa, che appunto dovrebbe favorire le aziende europee negli appalti pubblici, rallentando il negoziato su una legge fondamentale per l’UE.
La Germania preme per avere un gruppo più ampio dei Paesi da considerare nella dicitura «Made with Europe», in linea con quanto aveva proposto in origine la Commissione Europea. L’espressione ammetterebbe quindi anche i partner che hanno accordi di libero scambio o sugli appalti pubblici o che fanno parte di un’unione doganale con l’Unione Europea. In questo modo, i Paesi considerati idonei potrebbero arrivare a 80. «La Germania rifiuta il protezionismo e la discriminazione», si legge nel testo presentato dal Governo tedesco. «L’UE deve rimanere un attore affidabile per i partner con i quali esistono accordi di libero scambio e deve rispettare i propri obblighi legali». La Germania ha anche proposto di includere altri Paesi terzi che garantiscano all’UE un trattamento di reciprocità.
Anche i Paesi nordici sostengono la necessità di un approccio più aperto (“Made with Europe”) che includa anche alleati e partner commerciali storici come il Regno Unito, a patto che vi sia reciprocità, per evitare l’isolamento e proteggere il commercio globale. Irlanda e Polonia stanno provando a mediare sottolineando che le discussioni sui “partner di fiducia” e Paesi terzi (come anche Canada, Giappone, Svizzera e Australia) sono ancora in corso e che serve tempo per trovare una posizione comune prima del vertice UE-Regno Unito.
La Francia, seconda economia del blocco dopo la Germania, sostiene invece un approccio più restrittivo. Il ministro dell’Industria francese, Sébastien Martin, ha spiegato che il denaro pubblico dovrebbe privilegiare la produzione europea. «In futuro – ha affermato Martin – sarà ancora possibile avere prodotti il cui valore aggiunto provenga in parte da Paesi extra UE, ma la produzione deve restare in Europa per poter beneficiare del sostegno pubblico».
La Spagna ha proposto una sorta di via di mezzo, ossia un sistema a tre livelli che darebbe la massima preferenza ai prodotti realizzati nell’UE, nel tentativo di facilitare l’accettabilità del testo. In base a tale sistema, i 27 Paesi membri dell’UE costituirebbero il primo livello; il secondo includerebbe i membri dello Spazio Economico Europeo e altri partner “di fiducia”. Il terzo livello sarebbe riservato ai Paesi che hanno un accordo di libero scambio, un’unione doganale o un accordo sugli appalti pubblici con l’UE. I Paesi che rientrano in quest’ultimo status potrebbero passare al secondo livello qualora approfondissero gli accordi commerciali con l’UE.
Le preoccupazioni del Regno Unito
Il governo britannico guidato da Andy Burnham teme che le aziende statali rimangano vittime di “danni collaterali”, perdendo quote di mercato fondamentali nell’UE, con rischi maggiori per il settore automobilistico. Burnham ha espresso le proprie preoccupazioni direttamente alla Presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen. Il primo ministro britannico del resto non ha escluso la possibilità di considerare un possibile ritorno nell’Unione europea, proponendo di inserirla nel prossimo manifesto elettorale dei laburisti.
Lo stallo sta condizionando anche la pianificazione del vertice che dovrebbe servire al rilancio delle relazioni tra UE e Regno Unito, dal momento che i funzionari europei avvertono che non sarà possibile chiudere un accordo con Londra prima che i 27 abbiano definito una posizione finale.
Tentativi di mediazione sul “Made in Europe” tra i Paesi UE
L’Irlanda, che detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea fino al 31 dicembre 2026, sta cercando di superare le divergenze sul “Made in Europe” tra i Paesi UE. Su questo tema si terrà una riunione tra gli Ambasciatori il 7 ottobre ed entro metà mese Dublino conta di presentare una nuova proposta di compromesso e di raggiungere un accordo a novembre.
La distanza tra i Governi europei si riflette anche nei partiti: le correnti tedesca e spagnola del Partito Popolare Europeo, il gruppo più nutrito del Parlamento Europeo, restano divise sull’Industrial Accelerator Act. Sarà possibile presentare emendamenti entro il 7 ottobre, prima della prevista riunione degli Ambasciatori UE.
Quando sia Consiglio che Parlamento avranno adottato le rispettive posizioni sul disegno di legge, inizieranno i negoziati tra le istituzioni dell’UE per definire una bozza di compromesso che possa diventare legge. A fronte però della lentezza nel trovare un accordo, chiudere i negoziati entro l’anno in corso, come auspica la Commissione, sembra una sfida abbastanza difficile da vincere.












