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Sostenibilità, sicurezza e resilienza: le nuove sfide dell’IT ibrido

L'evoluzione tecnologica intrapresa dall’industria dell’Information Technology si accompagna a nuove sfide di gestione, affidabilità e sostenibilità. Per progettare infrastrutture IT a prova di futuro servono soluzioni concrete in grado di accogliere il cambiamento, proteggere il settore dall'attuale congiuntura e accelerare la transizione ecologica. Schneider Electric aiuta le aziende a raggiungere tutti gli obiettivi

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La rivoluzione dell’IT ibrido e le sue nuove sfide

(Rinnovabili.it) – In un mondo sempre più connesso e digitale i Data Center svolgono un ruolo determinante nello sviluppo economico e nell’evoluzione della società. Ma ormai l’attenzione non è rivolta solo alle grandi strutture centralizzate di gestione e archiviazione dati. La tecnologia IT sta evolvendo rapidamente secondo nuovi modelli e il Data Center sta cambiando sia a livello fisico che concettuale sotto la spinta di servizi cloud, strutture di colocation ed edge computing. Le tradizionali “quattro pareti” hanno lasciato il posto ad un ambiente di elaborazione ibrido, distribuito e decisamente più complesso a livello di gestione e pianificazione. Una trasformazione che da un lato permette di tagliare la distanza con gli utenti finali ma che dall’altro genera una serie di nuove difficoltà e nuove sfide sul fronte dell’operatività, della sicurezza, dell’efficienza e della sostenibilità. 

Verso un Data Center senza confini

I problemi principali? Primo fra tutti la necessità di tenere il passo con la rapida evoluzione tecnologica anche sul fronte infrastrutturale, modernizzando gli spazi e rendendoli resilienti e sicuri non solo lato informatico ma anche fisico. Il nuovo IT ibrido non possiede più confini netti, ma si basa su una rete che può contare, in alcuni casi, migliaia di siti sparsi nel mondo, anche in località remote prive di personale specializzato. E’ dunque necessario un approccio che permetta di gestire e proteggere ogni nodo dell’infrastruttura in maniera sicura, veloce e flessibile. 

Il settore deve fare i conti anche con altre due questioni fondamentali: quella energetica e quella ambientale, sfide strettamente connesse fra loro, su cui è impossibile derogare.

Negli ultimi 10 anni il comparto e in particolar modo i Data Center hanno fatto passi da giganti in termini di efficienza energetica ed è facile presumere che i miglioramenti continueranno anche in futuro. Un domani, però, i trend di efficientamento potrebbero non essere altrettanto veloci, in particolare a causa dei processi di virtualizzazione dei server di cloud computing e dell’aumento dell’edge computing. 

Nel 2020 l’industria dell’Information Technology rappresentava circa l’8,7% del consumo globale di elettricità con una domanda annuale di 1.900 TWh (Fonte: Report Digital economy and climate impact) e una quota intorno al 3% delle emissioni globali di carbonio (Fonte: dati UE). Secondo le proiezioni di Schneider Electric, azienda leader nella trasformazione digitale della gestione dell’energia e dell’automazione, la domanda potrebbe aumentare del 50% entro il 2030 raggiungendo i 3,177 TWh (Fonte: Report Digital economy and climate impact). Per i CIO (Chief Information Officer), ossia i responsabili della gestione strategica dei sistemi informatici, sta diventando sempre più urgente che ogni singolo Data Center o nodo funzioni nel modo più efficiente possibile per offrire alla società il massimo valore. E in tempi di crisi energetica – come quelli attuali – diventa necessario anche per mettersi al riparo dai pressanti rialzi in bolletta. Tuttavia la complessità nei nuovi ambienti IT può rendere gli interventi di ottimizzazione e riduzione dei consumi una sfida ardua.

E le emissioni? Tra progressiva decarbonizzazione del sistema elettrico e i nuovi impegni climatici ed ambientali degli operatori IT, l’impronta di carbonio non è trascurata. La sostenibilità ha ormai un ruolo fondamentale nelle operazioni e nelle strategie dell’industria mondiale della tecnologia dell’informazione, soprattutto in virtù del profondo legame esistente tra tecnologie digitali e transizione ecologica. Peccato che tra impegni presi e risultati raggiunti vi sia ancora un grande divario. Due recenti studi, condotti da 451 Research e da Forrester Consulting, e commissionati da Schneider Electric, hanno rivelato come molte aziende del settore si trovino ancora all’inizio del loro percorso di sostenibilità. Nonostante il tema sia in cima all’agenda dei decisori, nella maggior parte dei casi mancano ancora veri e propri piani d’azione completi e strutturati, con obiettivi misurabili e basati sulla piena comprensione del proprio livello di maturità “green”. Le più grandi sfide da affrontare, soprattutto per chi gestisce risorse IT distribuite, sono l’efficienza energetica, la capacità di ottenere dati e metriche uniformi e la mancanza di personale qualificato.

Schneider Electric, una strategia a 360° per supportare l’IT ibrido

Quello che viene naturale chiedersi è: come riuscirà il comparto a conciliare la necessità di sicurezza e resilienza con quella di sostenibilità? Come potrà gestire la complessità del nuovo IT ibrido ottimizzando sempre più i consumi di energia? Ed è possibile definire a priori una strategia in grado di dare attenzione a tutti questi aspetti?

A rispondere è proprio Schneider Electric che negli anni ha coltivato un approccio fortemente integrato, in grado di accompagnare e anticipare la trasformazione dell’Information Technology sotto ogni aspetto, dai grandi Data Center centralizzati alle infrastrutture di edge computing presenti in diversi settori. Oggi la società viene incontro agli operatori IT e alle aziende che investono nella digitalizzazione supportandole a 360 gradi nella modernizzazione delle infrastrutture IT per una gestione dei dati resiliente, affidabile, senza interruzioni. Attraverso servizi dedicati e team di professionisti specializzati, Schneider Electric è in grado di individuare le necessità, ottimizzare le risorse e aggiungere valore. Permettendo di pianificare, modellare e ottimizzare i centri dati, con integrazioni e funzionalità progettate specificamente sulle esigenze dei clienti.

Soprattutto, l’azienda può accompagnare le diverse realtà nel passaggio ad un ambiente IT più articolato e ibrido. Come? Tramite strumenti ad hoc per il controllo delle infrastrutture, dal singolo rack a sistemi distribuiti su migliaia di siti (on edge). Schneider Electric ha aggiornato il suo portafoglio di software EcoStruxure IT per offrire una soluzione DCIM (acronimo di Data Center Infrastructure Management) moderna e flessibile che aumenta sicurezza e resilienza in ogni punto della rete. Il software consente di monitorare, gestire, pianificare e modellare l’infrastruttura includendo soluzioni on-premise e basate su cloud, prevenendo tempi di inattività e interfacciandosi con apparecchiature di fornitori diversi.

L’impegno di Schneider Electric a supporto dell’IT ibrido si concretizza anche attraverso soluzioni “fisiche” come l’Easy Modular Data Center All-in-One. Disponibili in 4 varianti, configurabili sulle necessità dei clienti, gli speciali Data Center prefabbricati combinano tutte le apparecchiature di alimentazione, raffreddamento e IT in un’unica struttura standardizzata e pre-testata, vantando tempi di consegna di sole 12 settimane e messa in servizio altrettanto rapida. Ovviamente utilizzano il nuovo software DCIM per garantire affidabilità e prestazioni più prevedibili, e sono conformi alle normative RoHS e REACh, includono profili ambientali di prodotto (PEP) e incorporano caratteristiche che ottimizzano il risparmio energetico e riducono l’impatto ambientale. 

D’altra parte la sostenibilità è una delle leve che guida la strategia aziendale di Schneider Electric. Ed è l’elemento fondante, assieme all’innovazione, di tutta l’architettura EcoStruxure IT, con cui la società supporta le aziende nella gestione e nel monitoraggio remoto di infrastrutture di edge computing, di Data Center o di colocation rendendole più affidabili, sicure e resilienti.

Per rendere i progressi nella sostenibilità ancora più concreti e misurabili, l’azienda ha realizzato la prima Guida alle metriche di sostenibilità ambientale per i Data Center. Lo strumento attraverso metriche standardizzate permette di migliorare il benchmarking e farà progredire la sostenibilità delle aziende di Data Center offrendo nel contempo uno strumento di confronto per il settore, realistico e trasparente, in grado di aumentare il valore interno. Nel dettaglio la Guida delinea 23 metriche in tre fasi di reporting: Principianti, Avanzati e Leader. Il livello Principiante rappresenta il reporting di base per l’uso dell’energia e dell’acqua e per le emissioni di gas serra e possiede metriche di base necessarie per ogni Centro Dati. Il livello Avanzato dettaglia il livello iniziale per energia, acqua e gas serra e inserisce una nuova categoria riguardante i rifiuti. Il reporting Leader aggiunge ancora più dettagli alle categorie esistenti e valuta anche gli impegni presi nei confronti della natura.

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Per capire meglio sfide ed opportunità che sta attraversando il comparto, ne abbiamo parlato con Silvia Olchini, Vice Presidente Secure Power Italia – Schneider Electric.

Dott.ssa Olchini, l’attuale crisi energetica e i rincari nelle bollette stanno facendo pressione sui consumi energetici di famiglie e imprese europee. Problemi che toccano da vicino anche il settore IT. Crede che la particolare congiuntura possa essere una leva per accelerare l’efficientamento energetico del comparto? State registrando una maggiore attenzione al risparmio da parte delle aziende dell’Information Technology in questo 2022?  

La doppia crisi energetica e climatica sta stimolando la ricerca di nuove soluzioni. Dal nostro punto di vista per ottenere una risposta efficace in tempi più rapidi è necessario continuare a sviluppare la produzione di energia da fonti rinnovabili, ma soprattutto si deve e si può puntare, con tecnologie oggi già disponibili, sull’efficienza energetica. E’ da lì che si può partire nell’immediato, con investimenti che si ripagano in tempi rapidi. Viviamo infatti in un contesto macroeconomico in cui il costo dell’energia è un tema rilevante per cui se un’impresa vuole rimanere competitiva deve porre in atto una strategia orientata all’efficientamento energetico dei suoi processi

La razionalizzazione dei processi è un’attività strategica connessa alla transizione ecologica: è necessario averne consapevolezza perché la gestione corretta dell’energia ha effetti sull’ambiente e occorre valutarne implicazioni e rischi. 

Le imprese stanno diventando, da semplici acquirenti, protagoniste attive nella produzione e gestione dell’energia, con la generazione distribuita e l’accoppiamento intelligente tra produzione, accumulo e consumo. Anche nel settore IT, tali considerazioni devono partire da un approccio culturale e strategico per effettuare una trasformazione significativa che parta dalla comprensione della necessità di agire in modo sostenibile connesso ad una serie di azioni che debbono essere intraprese. Il primo passaggio consiste nellimpostare una strategia attuabile, superando le sfide operative riferendosi in modo accurato e sistematico metriche di sostenibilità. Questo significa anche mettere in atto sistemi e strumenti di gestione del software oltre il data center per l’intera infrastruttura e per il suo intero ciclo di vita.

Vorrei citare ad esempio di quanto la sostenibilità sia un obiettivo raggiungibile Terra Cloud, uno dei principali operatori tedeschi di data center colocation che collabora con Schneider Electric per accelerare il raggiungimento di zero emissioni nette nel suo sito e ha già implementato con successo diverse nostre soluzioni IT.

Parlando di sostenibilità, gli operatori dei grandi data center centralizzati hanno già definito strategie e progetti in grado di ridurre l’impronta ecologica. In che modo, secondo lei, la questione può essere affrontata dal nuovo IT ibrido?

La digitalizzazione spinta dalla interconnessione ha creato delle nuove modalità di definizione dell’infrastruttura IT che va sempre di più verso il concetto di infrastruttura ibrida con funzionalità edge e ambienti IT distribuiti. Infrastrutture trasversali alle esigenze di diversi mercati che possono quindi trovarsi posizionate in ambienti molto diversi tra loro, ma critiche come l’industria o ancora la struttura sanitaria dove è necessario assicurare continuità di servizio h24.

Si tende a dare molto peso ai data center centralizzati quali strutture enormi che effettivamente utilizzano circa l’1/2% di tutta l’energia elettrica prodotta a livello globale, ma non va trascurato l’impatto dell’edge, un mercato che cresce a ritmi a doppia cifra. Occorre quindi che anche tali infrastrutture IT vengano definite basandosi su quattro criteri: sostenibilità, efficienza, capacità di adattarsi, resilienza. Per potenziare adeguatamente le distribuzioni edge, le organizzazioni devono adottare un cambiamento di mentalità, nell’ottica le operazioni e l’infrastruttura cloud come un’unica strategia unificata piuttosto che come elementi separati. 

L’innovazione IT e l’efficienza operativa diventano simbiotiche, misurate e gestite insieme. Tutto nell’ottica di una maggiore sostenibilità. L’obiettivo di tale strategia unificata e la pietra angolare degli ambienti connessi abilitati digitalmente è l’accesso continuo ai servizi IT, indipendentemente dal fatto che tali servizi risiedano all’edge, nel cloud o in un data center. Questo verso operazioni e IT unificate che devono monitorare ogni aspetto della loro infrastruttura e il suo impatto sulle operazioni.

Inoltre è possibile poter contare e scegliere tecnologie che già nascono con un obiettivo di sostenibilità. In Schneider lavoriamo su soluzioni progettate nativamente in ottica ecologica e circolare, con prestazioni di efficienza, caratteristiche che vengono riconosciute dall’etichetta “Green Premium” che ne dà garanzia al cliente.

Crede sia possibile ragionare fin da oggi su precisi trend di innovazione sostenibile per l’industria IT nel 2023? E su cosa, punterà nello specifico, Schneider Electric?

Si continua a parlare molto di sviluppo sostenibile, un concetto sempre più centrale nella dimensione economica/sociale delle aziende e delle organizzazioni. Anche a livello normativo è probabile che assisteremo nei prossimi anni ad un sempre maggior enfasi e a attenzione da parte dei governi a tematiche di sostenibilità, insieme al crescente interesse per le fonti energetiche rinnovabili

Quindi le organizzazioni hanno l’obbligo di adottare un approccio olistico alla sostenibilità basato non solo sui dati al consumo energetico, adottare strumenti di tecnologia digitale per misurare i propri progressi e diventare veramente amministratori consapevoli delle proprie risorse. Adottando questo approccio lungimirante, le organizzazioni potranno guadagnare in brand reputation, contribuire ad aumentare i propri profitti, ma anche di agire come membri responsabili degli ecosistemi che tutti condividiamo

All’interno di questo paradigma la sostenibilità ambientale è un tassello molto importante, sempre più all’attenzione dei clienti dell’industria IT, che richiedono loro un maggiore impegno per garantire una maggiore efficienza e un minore impatto ambientale. Ecco che quindi si stanno studiando soluzioni sempre più evolute per abbattere le emissioni dei data center. Se però fino a oggi il principale parametro per calcolare l’efficienza è stato il PUE (Power Usage Effectiveness), oggi secondo Schneider Electric bisogna guardare oltre. 

Per accelerare il percorso verso la neutralità carbonica dei data center, Schneider Electric ha realizzato un framework per la sostenibilità che si basa su 23 metriche suddivise in cinque categorie: consumo di energia, che si può ridurre puntando a una maggiore efficienza; l’utilizzo di acqua per il raffreddamento dei sistemi, Rifiuti, generati durante la costruzione dei data center, Terra e biodiversità, cioè l’impatto del data center sul territorio circostante. 

L’Italia sta cercando di accelerare il passo nella digitalizzazione ma deve fare i conti con un certo ritardo a livello nazionale e un gap storico tra Nord e Sud. Come si posiziona il settore nazionale dell’IT in materia di strategie di sostenibilità e grado di innovazione?

In questo senso un ruolo molto importante lo hanno le partnership: la capacità di creare una collaborazione tra i grandi player, come noi, e la fitta rete di aziende informatiche italiane che mettono a terra giorno per giorno le soluzioni tecnologiche nelle aziende – sviluppatori, system integrator, società di progettazione e consulenza – in modo che le competenze crescano e via via i criteri di sostenibilità diventino parte integrante di ogni progetto di innovazione. Noi sviluppiamo e collaboriamo con un ricco ecosistema di Partner IT la cui competenza specifica ha un valore aggiunto per le aziende che stanno intraprendendo un percorso di digitalizzazione oggi.

Con i fondi del PNRR che “spingono” sulla realizzazione di progetti in cui l’aspetto green e digitale siano centrali è aumentata nel settore IT italiano la consapevolezza del grande potenziale di crescita che questi offrono. Il PNRR ha l’obiettivo di rafforzare in maniera decisa la trasformazione digitale. Ma tale forte accelerazione, in questi ultimi anni, ha creato forti implicazioni sulle componenti infrastrutturali, che oggi e in prospettiva devono abilitare processi e servizi digitali sempre più numerosi, complessi, critici. Le competenze infrastrutturali sono, quindi, sempre preziose, e occorre puntare sul loro sviluppo per porre in atto strategie di sviluppo e di innovazione che puntino a fornire servizi continuativi, affidabili e senza interruzioni, il tutto nell’ottica di uno sviluppo sostenibile.

In collaborazione con Schneider Electric

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About Author / Stefania Del Bianco

Giornalista scientifica. Da sempre appassionata di hi-tech e innovazione energetica, ha iniziato a collaborare alla testata fin dalle prime fasi progettuali, profilando le aziende di settore. Nel 2008 è entrata a far parte del team di redattori e nel 2011 è diventata coordinatrice di redazione. Negli anni ha curato anche la comunicazione e l'ufficio stampa di Rinnovabili.it. Oggi è Caporedattrice del quotidiano e, tra le altre cose, si occupa quotidianamente delle novità sulle rinnovabili, delle politiche energetiche e delle tematiche legate a tecnologie e mercato.


Rinnovabili • benefici delle comunità energetiche MEt energia italia

MET Energia Italia: i benefici delle comunità energetiche rinnovabili

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La società è impegnata a sostenere imprese, cittadini e comunità nel percorso verso un futuro energetico sostenibile e inclusivo. In che modo? Attraverso soluzioni innovative “tailor made” e iniziative solidali

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 Il cittadino al centro di un nuovo modello energetico

Quali sono i benefici delle comunità energetiche rinnovabili? Ora che il quadro normativo è completo, la domanda può trovare una risposta più articolata, spalancando le porte ad un nuovo processo di transizione energetica dal basso. Un processo che può contare in Italia anche sull’impegno di MET Energia Italia, la filiale italiana di MET Group, multinazionale energetica basata in Svizzera e attiva nei mercati del gas naturale e delle rinnovabili. La società ha deciso di mettere a frutto la sua esperienza in ambito dei “green asset” e il suo portafoglio clienti in continua crescita per aiutare le comunità locali a far parte di un nuovo modello energetico. Un modello più decentralizzato, inclusivo e sostenibile.  

“Stiamo puntando ad iniziative che pongono il cittadino al centro di un modello efficiente ed efficace basato sulla produzione di energia da fonti rinnovabili, orientando gli utenti verso abitudini di consumo virtuosi”, spiega Vito Carriero, Energy Efficiency Solutions Manager di MET Energia Italia. D’altra parte la sostenibilità è già da tempo la cifra stilistica che contraddistingue il rapporto tra l’azienda e i suoi clienti, grazie ad un’offerta energetica in ambito retail completamente decarbonizzata. L’attenzione verso le nuove configurazioni dell’autoconsumo diffuso appare dunque come la naturale evoluzione. “Il mondo dei servizi energetici per il cittadino si sta evolvendo in maniera drastica e quello delle Comunità Energetiche ne è un esempio lampante. In ambito B2C siamo in un periodo di transizione da quella che per tanto tempo è stata una piccola produzione individuale di energia a quella che sarà una produzione concentrata per un consumo diffuso nelle rispettive aree di pertinenza”.

CER, l’evoluzione normativa

L’impegno di MET Energia Italia si inserisce oggi in un quadro nazionale in pieno mutamento. In Italia le prime esperienze di Comunità Rinnovabili sono nate addirittura agli inizi del 2000. Piccoli esperimenti sostenuti solo dalla coscienza ecologica, senza alcun incentivo o inquadramento normativo dedicato. Con chiari limiti strutturali e nella piena impossibilità di vendere l’energia rinnovabile generata al mercato elettrico. Nel 2016 la Commissione europea ha deciso di cambiare le carte in tavola e nell’ormai celebre pacchetto “Energia pulita per tutti gli europei” ha formalmente riconosciuto il ruolo dei cittadini nella transizione energetica. Non solo. Ha introdotto per la prima volta delle configurazioni con cui far partecipare al mercato energetico gli “autoconsumatori di energia rinnovabile”.

Il processo per trasformare le proposte di Bruxelles in atti giuridici e quindi introdurli nei vari ordinamenti nazionali è stato lungo. Nel Belpaese l’iter si è concluso il 24 gennaio 2024 con l’entrata in vigore del Decreto CACER, recante le nuove le modalità di incentivazione per le Comunità Energetiche Rinnovabili e dall’Autoconsumo Diffuso, a cui sono seguite da lì a poco le regole operative del GSE e l’apertura dei portali dedicati. 

I benefici delle comunità energetiche rinnovabili

E oggi è finalmente possibile godere appieno dei benefici delle CER. A partire dalla capacità di queste configurazioni di portare nuovo valore sul territorio. Le comunità energetiche rinnovabili aiutano a “fare squadra” a livello locale, condividendo l’energia e riducendo i costi per l’approvvigionamento. Contribuiscono alla riduzione delle emissioni climalteranti e alla sicurezza energetica. Permettono di ottimizzare l’uso delle superfici disponibili e di radicare una nuova cultura della sostenibilità. E se tutti questi elementi non fossero già sufficienti, è opportuno ricordare che proprio grazie al Decreto CACER le configurazioni ammesse al servizio per l’autoconsumo possono godere di contributi ad hoc.

Tra i benefici delle comunità energetiche rinnovabili è impossibile, infatti, non citare la tariffa premio elargita sull’energia condivisa. L’incentivo – costituito da una parte fissa ed una variabile –  è riconosciuto dal GSE per un periodo di per 20 anni a partire dalla data di entrata in esercizio di ciascun impianto rinnovabile della CER. Il valore cambia in funzione della taglia dell’impianto e del prezzo di mercato dell’energia: maggiore è la potenza installata minore sarà la parte fissa (e viceversa); maggiore è il prezzo di mercato dell’elettricità, minore sarà la parte variabile (e viceversa).  

A ciò si aggiunge il contributo ARERA per la valorizzazione dell’energia elettrica autoconsumata e, se richiesto, il corrispettivo GSE per il ritiro dell’elettricità. In altre parole, come sottolinea Carriero, “le Comunità Energetiche danno valore alla collaborazione tra persone ed offrono servizi ed opportunità per il territorio, non solo sul piano della sostenibilità ambientale, ma anche a livello economico e sociale”.

Tuttavia, per cogliere appieno i benefici delle CER è necessario poter fare affidamento su realtà che non solo conoscano bene il mercato energetico e delle rinnovabili nello specifico, ma che abbiamo una spiccata sensibilità per il lato sociale. Realtà come MET Group che attraverso MET Energia Italia si sta impegnando attivamente per promuovere soluzioni energetiche innovative, green e su misura degli utenti finali.

L’impegno di MET Energia Italia per le comunità energetiche rinnovabili

Nei piani della società c’è la costituzione di una ESCo (Energy Service Company) con cui in primis migliorare l’efficienza energetica e ridurre l’impatto ambientale in diversi settori industriali e commerciali e quindi realizzare progetti fotovoltaici per le CER. “Stiamo investendo e realizzando impianti fotovoltaici che saranno a disposizione dei nostri clienti ed in generale del gruppo di consumatori che decideranno di aderire alla Comunità Energetica”, aggiunge il manager. “L’obiettivo è quello di lavorare sul fattore di scala al fine ottimizzare gli investimenti e generare un risparmio che sarà distribuito o dedotto direttamente in bolletta”.

Lo scopo, spiega Carriero, è quello di valorizzare i tetti industriali e commerciali generando un risparmio diretto per chi ospita l’impianto ma anche per la comunità limitrofa. “Crediamo molto nel concetto di ottimizzazione ed efficienza energetica, ma soprattutto crediamo molto nel concetto di condivisione di risorse e competenze al fine di generare un valore aggiunto per la comunità energetica e non solo, ma per tutti quelli che ne vorranno fare parte. Lo stiamo facendo da apripista, con le nostre competenze e senza chiedere contributi economici a coloro che stanno aderendo alle nostre iniziative”

La società intende portare avanti una transizione energetica che non lasci indietro nessuno, promuovendo modelli energetici che siano non solo innovativi, efficienti ed ecosostenibili, ma anche democratici ed inclusivi. Ecco perchè non sorprende sapere che MET Group tramite MET Energia Italia e la business unit del gruppo dedicata alle energie rinnovabili, MET Green Assets, ha da poco promosso un concorso dedicato alle Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali. L’evento, organizzato assieme a Legambiente, ha messo in palio 5 premi in denaro e una consulenza gratuita da parte del gruppo a favore delle migliori esperienze in materia di CER e autoconsumo collettivo, che abbiano inglobato nel progetto aspetti di tutela e solidarietà sociale. I vincitori saranno annunciati il 28 maggio.

Rinnovabili •
About Author / Stefania Del Bianco

Giornalista scientifica. Da sempre appassionata di hi-tech e innovazione energetica, ha iniziato a collaborare alla testata fin dalle prime fasi progettuali, profilando le aziende di settore. Nel 2008 è entrata a far parte del team di redattori e nel 2011 è diventata coordinatrice di redazione. Negli anni ha curato anche la comunicazione e l'ufficio stampa di Rinnovabili.it. Oggi è Caporedattrice del quotidiano e, tra le altre cose, si occupa quotidianamente delle novità sulle rinnovabili, delle politiche energetiche e delle tematiche legate a tecnologie e mercato.


Rinnovabili • Solare fotovoltaico in Italia

Solare fotovoltaico in Italia, cosa dice il rapporto GSE

Lo scorso anno sono entrati in esercizio circa 371.500 impianti fotovoltaici in Italia, in grande maggioranza di taglia inferiore a 20 kW, per una capacità complessiva di oltre 5,2 GW. Una crescita che conferma il primato nazionale della Lombardia in termini di potenza installata, seguita con un certo distacco dalla Puglia

Solare fotovoltaico in Italia
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Online il Rapporto Statistico 2023 sul Solare Fotovoltaico in Italia

Ben 5,2 GW di aggiunte che portano la potenza cumulata totale a 30,31 GW e la produzione annuale a quota 30.711 GWh. Questi in estrema sintesi i dati del solare fotovoltaico in Italia, riportati nel nuovo rapporto del GSE. Il documento mostra le statistiche del settore per il 2023, offrendo informazioni importanti non solo sui sistemi ma anche sulla dimensione dei pannelli solari, la tensione di connessione, il settore di attività, l’autoconsumo e persino sull’integrazione di eventuali batterie. Uno sguardo approfondito per capire come sta crescendo il comparto, ma anche per evidenziare potenzialità e criticità.

Solare Fotovoltaico Italiano, la Crescita 2023 in Numeri

Nel 2023 il fotovoltaico nazionale ha messo in funzione 371.422 nuovi impianti solari per una potenza complessiva di poco superiore ai 5,2 GW. La crescita ha ricevuto i contributi maggiori, in termini di numero di sistemi, da regioni come la Lombardia (con il 17,5% dei nuovi impianti fv 2023), il Veneto (13,2%), l’Emilia-Romagna (9,8%) e la Sicilia (6,9%). Scendendo ancora di scala sono invece le provincie di Roma (3,9%), Brescia (3,6%) e Padova (3,1%) quelle a detenere la quota maggiore di aggiunte. Per buona parte dell’anno questo progresso si è affidato ai piccoli impianti di taglia residenziale, che hanno lasciato il posto sul finire del 2023 ad una nuova spinta del segmento C&I.

Produzione fotovoltaica in Italia

Altro dato importante per il 2023: la produzione del solare fotovoltaico in Italia. Lo scorso anno tra nuovi impianti e condizioni meteo favorevoli, il parco solare nazionale ha prodotto complessivamente 30.711 GWh di energia elettrica (dato in crescita del 9,2% sul 2022), con un picco nel mese di luglio di oltre 3,8 TWh.

Se ci si focalizza, invece, solo sull’autoconsumo fotovoltaico, il rapporto del GSE indica che lo scorso 7.498 GWh sono stati prodotti e consumati in loco. Un valore pari al 24,8% della produzione netta complessiva. A livello regionale la percentuale di energia autoconsumata rispetto all’energia prodotta risulta più alta in Lombardia, Liguria e Campania. A tale dato se ne associa un altro altrettanto interessante: quello dei sistemi di accumulo. Lo scorso anno risultavano in esercizio 537.000 sistemi di storage connessi ad impianti fotovoltaici, per una potenza cumulata di 3,41 GW.

leggi anche Direttiva EPBD e fotovoltaico: scadenze e potenzialità

Solare Fotovoltaico, la Potenza in esercizio in Italia

Le nuove aggiunte 2023 hanno portato il dato della potenza fotovoltaica totale cumulata in Italia ad oltre 30,31 GW e quello della potenza pro capite nazionale a 514 W per abitante. Nel complesso sono attivi sul territorio 1.597.447 impianti fotovoltaici, di cui il 94% rientra nella taglia fino a 20 kW. Sono, per intenderci, i piccoli impianti realizzati solitamente sui tetti degli edifici. Non sorprende quindi scoprire che la superficie occupata dagli impianti fotovoltaici a terra a fine 2023 risultava di soli 16.400 ettari. In questo contesto le regioni con la maggiore occupazione di superficie del suolo da parte del solare fotovoltaico risultano essere: la Puglia (4.244 ettari), la Sicilia (1.681 ettari) e il Lazio (1.527 ettari).

Sul fronte della potenza attiva, viene confermato il primato del Nord Italia con il 48,0% del totale nazionale grazie al traino di Lombardia (13,8%), Veneto (10,4%) ed Emilia Romagna (10%). Segue il 34,7% delle regioni meridionali, con la Puglia che da sola fornisce il 10,9% della potenza, e quindi il contributo del Centro Italia.

Leggi qui il report GSE sul Solare Fotovoltaico in Italia

About Author / La Redazione

Rinnovabili • Dl Agricoltura bollinato

Dl Agricoltura bollinato, ecco l’art. sul fotovoltaico a terra

Il testo finale del decreto è stato varato dopo alcune piccole modifiche richieste dal Quirinale. Confermati i paletti sul fotovoltaico a terra salvaguardando gli investimenti del PNRR

Dl Agricoltura bollinato
Foto di Andreas Gücklhorn su Unsplash

Stop del fotovoltaico a terra con una serie di eccezioni

Dopo il via libera del Consiglio dei Ministri, Dl Agricoltura è stato “bollinato” dalla Ragioneria di Stato e quindi varato definitivamente. Ma non prima di alcune modifiche last minute frutto del confronto con il Quirinale. Nessun ritocco significativo, tuttavia, riguarda il tanto criticato articolo di stop al fotovoltaico a terra. Il contenuto, infatti, rimane nelle linee annunciate il 6 maggio dal ministri Pichetto e Lollobrigida, cercando di salvaguardare gli investimenti del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), punto fermo per il MASE.

L’articolo in questione, che passa dal 6 della prima bozza al 5 nel DL Agricoltura bollinato, riporta alcune disposizioni finalizzate a limitare l’uso del suolo agricolo. L’intervento mira a modificare l’articolo 20 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, con cui l’Italia ha recepito nel proprio ordinamento la direttiva europea sulle rinnovabili RED II. 

In poche parole il testo introduce dei paletti all’installazione degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra in zone classificate agricole dai piani urbanistici vigenti. Come? Limitando qualsiasi intervento a lavori modifica, rifacimento, potenziamento o integrale ricostruzione degli impianti già installati, che non comportino incremento della superficie occupata. Nessun vincolo invece per il fotovoltaico a terra se installato:

  • in cave e miniere non in funzione, abbandonate o in condizioni di degrado ambientale;
  • porzioni di cave e miniere non suscettibili di ulteriore sfruttamento;
  • siti e  impianti nelle disponibilità delle società del gruppo Ferrovie dello Stato italiane e dei gestori di infrastrutture ferroviarie nonché delle società concessionarie autostradali;
  • siti e impianti nella disponibilità delle società di gestione aeroportuale all’interno dei sedimi aeroportuali;
  • aree adiacenti alla rete autostradale entro una distanza non superiore a 300 metri;
  • aree interne agli impianti industriali e agli stabilimenti.

Salvi, come promesso, anche i progetti fotovoltaici a terra se parte di una Comunità energetica rinnovabile o finalizzati all’attuazione degli investimenti del PNRR.

Il testo del Dl Agricoltura “bollinato” sul fotovoltaico

Riportiamo per intero l’articolo 5 sul fotovoltaico nella versione finale del DL Agricoltura.

ART. 5 (Disposizioni finalizzate a limitare l’uso del suolo agricolo)

1. All’articolo 20 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, dopo il comma 1 è aggiunto il seguente:

‹‹1-bis. L’installazione degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra di cui all’articolo 6-bis, lettera b), del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, in zone classificate agricole dai piani urbanistici vigenti, è consentita esclusivamente nelle aree di cui alle lettere a), limitatamente agli interventi per modifica, rifacimento, potenziamento o integrale ricostruzione degli impianti già installati, a condizione che non comportino incremento dell’area occupata, c), c-bis), c-bis.1), e c-ter) n. 2) e n. 3) del comma 8. Il primo periodo non si applica nel caso di progetti che prevedano impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra finalizzati alla costituzione di una Comunità energetica rinnovabile ai sensi dell’articolo 31 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, nonché in caso di progetti attuativi delle altre misure di investimento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), approvato con decisione del Consiglio ECOFIN del 13 luglio 2021, come modificato con decisione del Consiglio ECOFIN dell’8 dicembre 2023, e dal Piano nazionale degli investimenti complementari al PNRR (PNC) di cui all’articolo 1 del decreto-legge 6 maggio 2021, n. 59, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° luglio 2021, n. 101, ovvero di progetti necessari per il conseguimento degli obiettivi del PNRR.››.

2. Le procedure abilitative, autorizzatorie o di valutazione ambientale già avviate alla data di entrata in vigore del presente decreto sono concluse ai sensi della normativa previgente.

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