Tra le polemiche di chi li accusa d'affamare il pianeta e le paure di chi ci ha investito e teme la stagnazione del mercato, l’Europa si muove cauta e punta sui criteri di sostenibilità

Problematiche, queste, a cui andrebbero ad aggiungersi quelle relative alla produzione di biocarburanti da colture alimentari, una pratica che secondo molti condurrebbe alla fame e alla povertà troppe persone nel mondo. La paura, infatti, è che oltre all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari a livello globale, possano esserci “serbatoi pieni e pance vuote” (Rapporto Oxfam Bad Bio). Paura confermata anche dall’analisi dei Piani di Azione Nazionali, che ha permesso di constatare un incremento significativo nell’uso dei biocarburanti, la maggior parte dei quali ottenuti dalla lavorazione di colture inizialmente dedicate al soddisfacimento dei bisogni alimentari, con una conseguente espansione globale delle aree coltivabili che porterà all’inevitabile conversione di foreste e pascoli in terreni agricoli.
Ma su questo punto la Commissione sembra indietreggiare e su quali saranno le conseguenze di questo orientamento ne abbiamo parlato con il Direttore Generale di Assocostieri – Unione Produttori di Biocarburanti, Maria Rosaria Di Somma.
Vale la pena comunque ricordare che l’industria europea dei biocarburanti ha fatto investimenti che ammontano a 14 miliardi di euro, con una forza lavoro diretta di 100.000 unità che vedrebbero compromesso il proprio posto di lavoro.
Dott.ssa Di Somma, cosa pensa dei limiti che l’UE intende introdurre nell’uso di biocarburanti prodotti da colture alimentari?

Secondo alcuni studi si tratterebbe di carburanti troppo poco “verdi” rispetto a quanto si è sempre creduto. Crede siano perplessità attendibili?
Ritengo non siano studi tali da rimettere in discussione il beneficio che si ha a livello di riduzione di CO2 dovuta all’utilizzo di biocarburanti. Ridurre l’utilizzo dei biocarburanti significa incrementare il prodotto fossile. A nostro avviso, si tratta di studi di parte e su molti aspetti anche lacunosi, rispetto all’uso e alla disponibilità del suolo, così come all’uso e al volume dei co-prodotti (alimenti per animali). Se noi oggi seguiamo quanto ci viene richiesto dalla Direttiva 20-20-20, che ci impone di ridurre del 10% la CO2 prodotta dall’autotrazione attraverso l’utilizzo dei biocarburanti, possiamo godere del beneficio di utilizzare materie prime vegetali. Per questo immaginiamo che al 2020 ci siano 4 milioni di tonnellate di biocarburanti, che vanno a decurtare il consumo del prodotto fossile. Il progetto di direttiva ILUC, inoltre, non riesce a fornire soluzioni efficaci al problema della gestione del territorio nei Paesi in Via di Sviluppo ed è soltanto un’operazione di facciata per attuare un ridimensionamento dell’utilizzo dei biocarburanti. Per quanto riguarda la polemica tra food e non food, poi, abbiamo più volte dimostrato l’inesistenza di questa competizione. La carenza dei prodotti alimentari, infatti, è legata principalmente al cambiamento delle abitudini alimentari degli asiatici e a fenomeni atmosferici, quali forti siccità per esempio, che hanno ridotto la resa dei terreni.
A che punto è oggi l’Italia nella produzione di biocarburanti e come potrebbe reagire il nostro Paese se l’Europa decidesse di puntare su combustibili verdi avanzati, legati cioè al trattamento dei rifiuti domestici e delle alghe?












