Biocarburanti: piantare i semi di una nuova energia

Dalle coltivazioni di ricino e croton in Africa agli agri-hub per la spremitura dei semi fino alle bioraffinerie dove vengono prodotti i biocarburanti, decisivi per la transizione ecologica. Nella produzione di biofuel, Eni sceglie di puntare su sostenibilità e integrazione verticale

Raccolta del Croton nella contea di Makueni, in Kenya. Credits: ENI

Il percorso dei biocarburanti 

(Rinnovabili.it) – Dal suolo al motore creando valore per tutti. Il percorso intrapreso dai biocarburanti Eni è fortemente integrato e segue una direttrice precisa: la sostenibilità

La scelta dei territori, la selezione delle materie prime, la lavorazione del prodotto, le ricadute occupazionali, lo sviluppo locale, tutto è improntato ai Sustainable Development Goals definiti nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite cui Eni è impegnata a contribuire. Dietro ai biocarburanti Eni c’è la volontà di definire un modello produttivo in cui l’impatto economico sia legato a doppio filo con quello ambientale e sociale, per agganciare il settore ad una transizione ecologica, giusta ed inclusiva.

Attraverso la trasformazione di oli vegetali e biomasse di scarto resa possibile da una tecnologia proprietaria, Ecofining™, dal 2014 Eni produce il biocarburante HVO (olio vegetale idrogenato), di cui è l’unico produttore in Italia e il secondo in Europa. Addizionato al gasolio, il biocarburante HVO dà vita a Eni Diesel +, il carburante premium di Eni, e da gennaio 2023 sarà disponibile in purezza. Nell’ambito della mobilità l’HVO puro al 100% può essere utilizzato in tutte le motorizzazioni più recenti e con le attuali infrastrutture: è quindi una soluzione di immediata applicazione per decarbonizzare settori come quello dei trasporti pesanti. Oggi l’azienda apre le porte a nuovi agri-feedstock, materie prime certificate, non in competizione con l’alimentazione e in grado di creare sviluppo e benessere a livello locale. La società sta realizzando, infatti, un vasto progetto che connetterà più saldamente l’Italia all’Africa sotto l’ombrello dell’energia più sostenibile. Definendo al contempo sperimentazioni e studi di fattibilità in altre nazioni, con cui selezionare nuove colture vegetali non edibili per la produzione di biofuel.

“Il nostro impegno nella transizione – spiega l’amministratore delegato Claudio Descalzi in apertura del report Eni for 2021 –  intreccia quello dei Paesi in cui siamo presenti, con cui stiamo sviluppando iniziative innovative. In alcuni Paesi africani, per esempio, stiamo strutturando una rete di agrihub che permetteranno di coprire il 35% dell’approvvigionamento delle nostre bioraffinerie entro il 2025 […] Stiamo, inoltre, lavorando con gli agricoltori per recuperare terreni marginali, non in competizione con la filiera alimentare, per esempio nelle aree desertiche, coltivando piante per uso energetico”.

Biofuel sostenibili, cosa chiede l’Unione europea

Prima alternativa ai combustibili fossili nel settore dei trasporti, i biocarburanti, sia liquidi che gassosi, rappresentano oggi un mezzo per ridurre le emissioni di gas serra e a migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento. Ecco perché l’UE, tra i principali consumatori al mondo di biofuel, ha definito precisi obiettivi in questo campo. Nella revisione della Direttiva sulle energie rinnovabili (REDII) è stata stabilita una quota di energia rinnovabile nei trasporti di almeno il 14% al 2030 e sono stati fissati nuovi criteri di sostenibilità per  biocarburanti, i bioliquidi e i combustibili da biomassa. In realtà, al momento, il provvedimento è nuovamente in mano ai legislatori europei per alzare il tiro delle politiche energetiche comunitarie; un passaggio che dovrebbe toccare anche i biocarburanti avanzati, ossia tutti quei combustibili prodotti da materie prime lignocellulosiche, da colture non alimentari o rifiuti. L’attuale testo di aggiornamento della RED II impone per questo segmento un sotto-obiettivo di almeno il 2,2% sui consumi finali entro la fine di questo decennio.

Per non mancare il target serve un piano a lungo termine che aumenti progressivamente la produzione di biocarburanti senza mai dimenticare la sostenibilità. 

Un piano come quello redatto da Eni che, per assicurare i futuri volumi di olio sostenibile, punta a coprire il 35% dell’approvvigionamento delle sue bioraffinerie entro il 2025 attraverso colture non edibili, residui e rifiuti, e  un’integrazione verticale delle filiere

Dall’Africa all’Italia e ritorno

In questi anni l’azienda ha firmato accordi in sette Paesi africani – Angola, Benin, Congo, Costa d’Avorio, Kenya, Mozambico e Ruanda – per sviluppare i cosiddetti agri-feedstock, ovvero piante non commestibili da cui estrarre olio per la produzione di biofuel avanzati. Niente mais, canna da zucchero o legno delle foreste, quanto piuttosto ricino, croton, brassica, camelina e co-prodotti del cotone. E per farli crescere? Terreni degradati, zone abbandonate, aree minacciate dal cambiamento climatico e dalla desertificazione. L’approccio punta alla riqualificazione e alla creazione di valore nel territorio, e fa affidamento su agri-hub locali, ossia centri di raccolta e spremitura dei semi costruiti da Eni dove lavorare la materia prima L’olio estratto è quindi destinato alle bioraffinerie italiane di Venezia e Gela. 

Il primo cargo è partito l’11 ottobre dal porto di Mombasa, in Kenya, diretto all’impianto di Gela. A bordo della nave c’è la prima spremitura dell’agri-hub di Makueni, inaugurato dall’azienda a luglio di quest’anno. Nel centro si producono anche mangimi e bio-fertilizzanti, derivati dalla componente proteica dei semi di ricino e croton, da destinare alle produzioni zootecniche locali. Un circolo virtuoso orientato alla piena sostenibilità. Il progetto, infatti, non solo fornisce opportunità di reddito, accesso al mercato a migliaia di agricoltori africani e riqualificazione di aree abbandonate ma è anche certificato secondo lo schema di sostenibilità ISCC (International Sustainability and Carbon Certification). Oltre al centro di Makueni, Eni prevede di aprirne un secondo sempre in Kenya e un altro in Congo nel 2023.

agri-hub
L’agri-hub di Eni a Wote, contea di Makueni. Credits: Eni

Questi sono i semi di una nuova energia”, ha sottolineato Descalzi. “Un passo concreto per decarbonizzare i trasporti con un approccio innovativo che, a partire dalla produzione del Kenya, si estenderà l’anno prossimo al Congo, e successivamente agli altri Paesi africani e alle aree geografiche in cui stiamo portando avanti questi progetti”. L’obiettivo è raggiungere una produzione di circa 30.000 tonnellate all’anno di olio vegetale, da ampliare fino a 200.000 tonnellate l’anno in un secondo momento.

Nuove coltivazioni, nuovi centri di raccolta ma anche nuovi flussi. Sempre in Kenya l’azienda energetica sta portando avanti un altro grande progetto legato alla produzione di biocarburanti. L’iniziativa si focalizza sulla raccolta e stoccaggio dell’olio da cucina usato di hotel, ristoranti e bar a Nairobi, con l’obiettivo di valorizzare questo rifiuto inserendolo nella filiera dei biofuel.

Ma il lavoro per aumentare i volumi di olio inizia in Italia e più precisamente in Sardegna. Qui Eni, in collaborazione con il Gruppo BF,  ha creato una joint venture per sviluppare sementi migliorate da destinare alla bioraffinazione. L’accordo prevede di individuare e testare le specie di piante oleaginose più promettenti ai fini energetici, valutando la replicabilità delle produzioni in Africa.

In collaborazione con Eni

Articolo precedenteMantenere l’ora legale fino al 30 novembre, l’appello su Lancet
Articolo successivoBasta pesticidi sintetici: i cittadini europei lo gridano con 1 milione di firme

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui