Pioniere dei progetti a emissioni zero su scala urbana, il quartiere londinese è messo a nudo ogni anno con la pubblicazione dei risultati di monitoraggi e verifiche sugli impianti che contribuiscono alla sua autonomia energetica: il risultato non è dei più sperati, poiché in alcuni casi l’inseguimento della sostenibilità ad ogni costo si rivela un colossale flop
A cinque anni dall’ultimazione del quartiere più “green” d’Europa, un inviato speciale torna sul “luogo del delitto” e rimane sconcertato credendo di trovare in piena attività sotto il sole splendente le diverse tecnologie che fanno di BedZed (Beddington Zero Energy Development) il fiore all’occhiello di una metropoli in corsa per la riduzione delle emissioni di gas serra, con la sua promessa atmosfera serena di pacifica condivisione di spazi e servizi ed i comignoli colorati in funzione sotto l’azione di una sottile brezza mattutina, invece… I convettori multicolori hanno perso velocità diminuendo il rendimento, riscaldamento ed elettricità affidate alle biomasse non funzionano e costringono da due anni alla dipendenza dalle reti nazionali di approvvigionamento del servizio e dell’energia, il sistema di recupero e riutilizzo delle acque grigie e meteoriche è praticamente fermo a causa di un mancato accordo tra le parti, per non parlare del car-sharing, pratica di condivisione dell’automobile che sembra non aver “attecchito” nel modo sperato all’interno della comunità di BedZed, i cui abitanti seguitano ad utilizzare ognuno la propria auto. Dulcis in fundo, le serre di cui è dotato ogni appartamento si surriscaldano nella bella stagione, gravando in modo significativo sui costi di gestione degli impianti, soprattutto per il controllo del comfort igrotermico interno agli alloggi.
(fonti: Il Giornale dell’Architettura, anno 6 n. 57 dicembre 2007-12-12 e www.bioregional.com)












