Un nuovo studio ha esaminato il potenziale di conversione di 15 erbe invasive in pellet di qualità commerciale. Rivelata una densità energetica di oltre 3 GJ/m3 per alcune specie non legnose

Dalle erbe infestanti ai biocarburanti solidi
Il controllo della vegetazione su strade e ferrovie è uno degli interventi obbligatori che i gestori delle infrastrutture devono eseguire nei programmi di manutenzione. Si tratta di una spesa necessaria per evitare il danneggiamento delle superfici, ma che un domani potrebbe essere trasformata in un’entrata. In che modo? Convertendo le erbe infestanti in pellet per la produzione di energia. A dimostrarne la fattibilità è stato un nuovo studio australiano che ha valutato il potenziale energetico, le emissioni e i costi della pellettizzazione di alcune piante infestanti.
Perché produrre pellet dalle erbacce?
In realtà, la ricerca risponde a un’esigenza tutta “locale”, come spiega l’autore principale, Bruno de Almeida Moreira dell’Università del Queensland. “Storicamente, il mercato internazionale del pellet si è concentrato sulla biomassa forestale”, ha affermato il Dottor Moreira. “Ma poiché le normative australiane non classificano i pellet di legno come rinnovabili, stiamo cercando fonti alternative di biomassa per produrre prodotti della stessa qualità”.
Gli scienziati hanno esaminato le proprietà meccaniche e chimiche di 15 diverse specie di erbe infestanti — sia legnose che non legnose — con l’obiettivo di identificare quelle in grado di produrre pellet di qualità commerciale in condizioni controllate di temperatura e pressione. Ogni pianta è stata caratterizzata per composizione lignocellulosica, contenuto di ceneri e qualità come durabilità e potere calorifico.
La pellettizzazione è stata eseguita dalla startup WorkEco utilizzando una pressa manuale e diverse condizioni di temperatura (da 25 a 100 °C).
Il risultato? Le erbe infestanti offrono una nuova opportunità nella produzione di bioenergia, anche se valutate rispetto agli standard del settore. Vale a dire la norma ISO 17.225, che definisce i requisiti generali e le specifiche dei combustibili solidi, e l’ENplus®, il principale schema di certificazione dei pellet a livello globale.
I risultati
Nel dettaglio, la ricerca ha mostrato che specie non legnose come la Belladonna brasiliana e l’Asparago rampicante, contenenti circa il 24% di lignina, possono produrre pellet durevoli con una densità energetica fino a 3,9 GJ/m³ e un basso contenuto di ceneri (inferiore al 5,1%). Anche la specie legnosa chiamata Cassia pasquale – dotata di un 22,1% di lignina – ha soddisfatto le soglie di qualità premium per durabilità e contenuto di ceneri.
Altre piante, invece, come la Margherita di Singapore e la Ruellia messicana, hanno mostrato elevati livelli di ceneri (36,9%), che ne limitano sostanzialmente le applicazioni di combustione.
“Questo lavoro potrebbe rappresentare una fonte di reddito per una startup, risolvere un problema per un ente locale e, cosa ancora più importante, ridurre l’impatto ambientale”, spiegano soddisfatti gli autori, pur sottolineando la necessità di ulteriori ricerche. “Abbiamo molte altre specie di piante infestanti da testare, ma sappiamo che, dal punto di vista della sostenibilità, le erbe infestanti hanno un limite e che alla fine la loro disponibilità diventerà un problema”.
La ricerca “From environmental invasive weeds to solid biofuels: assessing bioenergy potential through pelletisation and operational optimisation” è apparsa su Sustainable Energy Technologies and Assessments.












