A che punto è il disegno di legge sulla pianificazione delle infrastrutture strategiche.

Offshore e tutela ambientale: Musumeci punta sul coinvolgimento dei territori
Nel corso della terza edizione di Impatta Disrupt, il Festival italiano dell’Innovability, il direttore di Rinnnovabili, Mauro Spagnolo, ha intervistato Nello Musumeci, Ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare dell’Italia.
Ministro Musumeci, il Piano del Mare è un documento triennale per la gestione sostenibile, economica e culturale delle risorse marine. A riguardo, come si è mosso il Ministero per garantire che le aree idonee allo sviluppo delle rinnovabili offshore siano identificate in tempi certi, così da bilanciare la produzione energetica con la tutela degli ecosistemi marini prevista dalle direttive europee?
“Il Piano del mare è la prima grande novità politica nel rapporto con questo importante elemento della natura. Lei pensi che con la soppressione del Ministero per la marina mercantile, le competenze che prima erano accorpate e concentrate, adesso sono polverizzate in 11 Ministeri.
L’istituzione di un Ministero per le politiche del mare è avvenuta pochi giorni prima dell’insediamento del Governo e abbiamo pensato – col Presidente del Consiglio – ad una struttura ministeriale di coordinamento e di programmazione fra gli 11 Ministeri che si occupano del mare. Questo durerà almeno per questa legislatura, per la prossima si vedrà. In questo risiede l’importanza del Piano del mare: è la prima volta che l’Italia si dota di uno strumento di programmazione interministeriale.
Gli italiani, tuttavia, pensano che l’Italia non sia un Paese marinaro. Due sondaggi, tutti e due in maniera sorprendente, ci rivelano che la maggior parte dei cittadini crede che l’Italia sia un paese terraneo e questo deve farci riflettere. Da molto tempo ormai la pensano così non solo nelle fasce interne della penisola, ma anche di quelle costiere. Gli italiani quando si chiede loro del rapporto che hanno con il mare, pensano subito a un luogo di divertimento estivo.
L’importanza fondamentale della cultura del mare, che in Italia si sviluppò nell’Ottocento, adesso non è così diffusa. Per questo un altro nostro compito è quello di lavorare soprattutto nelle scuole primarie per diffondere un nuovo approccio culturale con il mare. Non possiamo proteggere il mare se non lo conosciamo, se non lo amiamo, se non ne intercettiamo la funzione importante che è soprattutto quella di equilibrio climatico e di dotazione di ossigeno. Il mare non è soltanto un luogo di svago, è anche una fonte di economia: un milione di persone in Italia vivono del mare, parliamo di 250 mila imprese. Il mare rappresenta oltre all’11% del PIL. Ecco perché sta tornando ad essere così centrale.
Abbiamo appena celebrato la Giornata del mare, come ogni anno, l’11 aprile. L’abbiamo fatto in un’isola, a Favignana, perché le isole, nonostante una popolazione di 220mila abitanti, sono terre dimenticate. Il Piano del Mare, fra i 18 obiettivi, che andranno aggiornati ogni tre anni, prevede anche uno spazio particolare per la pianificazione dell’energia rinnovabile e gli impianti offshore laddove la natura ha dotato quei territori di sole e di sufficiente vento in alcuni momenti e in alcuni mesi dell’anno.
Nel corso della mia esperienza da Presidente della Regione, abbiamo trovato grandi difficoltà nel rapporto con i pescatori soprattutto perché, 7-8 anni fa, non era ancora particolarmente diffusa la cultura dell’energia rinnovabile. I pescatori lamentavano il forte impatto degli impianti offshore sulla tutela della fauna ittica e non sempre l’istituzione di un’area marina protetta veniva considerata un valore ma, al contrario, veniva vista come un limite. E nessun processo calato dall’alto può essere efficace se non c’è la condivisione di chi vive sui territori. Se manca tale condivisione, diventa tutto più difficile e qualche volta impossibile.
Quindi il Piano del mare prevede la realizzazione di impianti offshore la cui pianificazione, però, non è di competenza del Ministero per il Mare ma del Ministero dell’Ambiente che sta lavorando assieme alle Regioni per una mappatura che possa consentire di trovare le migliori soluzioni e di evitare conflitti locali. Stiamo lavorando perché si possa diffondere questa cultura, perché si possa utilizzare al meglio il sole e il vento. In alcune aree italiane è mancata la pianificazione per cui gli impianti per la produzione di energia alternativa hanno creato impatti ambientali importanti. È una materia complessa alla quale l’Italia non arriva certo in anticipo rispetto ad altri Paesi, ma devo dire che abbiamo recuperato tanto terreno perduto. Dobbiamo soprattutto risolvere un problema culturale: se non coinvolgiamo gli abitanti e i cittadini, ogni processo calato dall’alto, rischia di diventare oggetto di controversia, di resistenza e qualche volta anche di sabotaggio.
Una domanda al Ministro della Protezione Civile. In questi mesi la nostra Italia è tormentata da fenomeni estremi di erosione, frane, alluvioni e valanghe. Secondo il Rapporto ISPRA Il nostro Paese è tra quelli europei tra i più esposti per rischio idrogeologico: sono state censite 636.000 frane. Quali politiche sostanziali si possono attuare per affrontare una volta per tutte – e concretamente – questo devastante problema?
“Prima 300 millimetri di acqua piovana cadevano nello spazio di un anno ed erano distribuiti in 12 mesi. Se, invece, cadono nello spazio di 12 giorni o di 12 ore, come accade adesso, diventa tutto più complicato. La terra non riesce ad assorbire questa pioggia e quindi cede, diventa una spugna. In sintesi, questo processo ricorda quanto accaduto a Niscemi, senza voler andare troppo lontano nel tempo. A Niscemi, tuttavia, la frana c’era già stata nel 1997. Successivamente, è calato il silenzio fino a qualche mese fa quando è accaduto quello che è accaduto in quanto in 30 anni non erano stati eseguiti i lavori necessari.
Ero presidente della Regione nel 2022 quando accertammo che quell’area era particolarmente fragile. Lo ricordavo perché da ragazzo avevo visto sui giornali le foto e gli articoli della prima frana. A Niscemi è mancato un progetto di assorbimento delle acque e di canalizzazione delle acque nere. Non era stato eseguito il lavoro a valle e, dunque, quell’area è diventata con il tempo una vera spugna. E di spugne come Niscemi in Italia ce ne sono centinaia di migliaia. Soltanto in Sicilia le frane censite sono oltre 3.800, ma in verità tutto il territorio italiano è a rischio frane. Oggi la competenza in materia è delle Regioni. Tuttavia, questo impedisce una pianificazione che invece dovrebbe essere unitaria e omogenea pur nella diversità dei territori.
Per queste ragioni ho voluto predisporre un disegno di legge che invece assegni allo Stato il compito di pianificare le infrastrutture strategiche come, per fare un esempio, le vasche di laminazione. Una regione difficilmente ha la capacità di spendere 20 milioni, se in un anno ne ha 50 per una sola infrastruttura. E poi, come è noto, nelle Regioni le spinte dal territorio sono sempre più frequenti: centinaia di sindaci chiedono denaro, chiedono interventi, e si tratta spesso di micro interventi di 1.800.000 euro, che polverizzano le risorse necessarie per gli interventi strategici.
Qual è allora la proposta del disegno di legge? Lasciamo alle Regioni il compito di contrastare i fenomeni franosi per i micro interventi, le infrastrutture strategiche invece le affidiamo allo Stato. Ma lo vorremmo fare non attraverso le Regioni, ma attraverso le sette Autorità dei Distretti idrografici e le Autorità di bacino, che sono centri di grande competenza. Le frane non sono problemi comunali, provinciali o regionali, hanno una portata sovra-regionale.
Penso che in 15-20 anni riusciremo a ridurre l’esposizione al rischio. Ci vorranno centinaia di miliardi ma ci vorrà anche la coscienza del sindaco, dell’amministratore locale, del Presidente della Provincia. Puoi mettere a disposizione tutto il denaro che vuoi, ma se nella programmazione di un sindaco non c’è la priorità di agire contro la frana, è chiaro che quell’intervento non si farà mai. Se un Presidente della Regione non dà priorità al dissesto idrogeologico, è chiaro che il problema non sarà mai affrontato. Credo, tuttavia, che il diritto alla vita e il diritto alla sicurezza siano prioritari su tutto il resto. Ci vorrà tanto tempo e ci vorrà tanta fatica, ma invertire la tendenza è il primo passo. Quando siamo arrivati al Governo, alla fine del 2022, il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), voluto nel 2016, non era ancora stato pubblicato. Lo abbiamo completato in un anno e lo abbiamo pubblicato. Ora stiamo pianificando l’intervento finanziario affinché gli obiettivi del piano possano essere tradotti. Anche in questo ambito ci vorranno anni. In questa materia l’intervento da fare è così complesso che non può essere immaginato e realizzato nello spazio di una sola legislatura. Insomma, dobbiamo recuperare tantissimo tempo“.
A che punto è il disegno di legge sulla capacità del governo di gestire la pianificazione nazionale?
“Le rispondo subito: è un provvedimento interministeriale, significa che compete alla Protezione civile. Per poter essere varato, però, serve il concorso di tutti e tre i Ministeri interessati. C’è ancora qualche resistenza da parte del Ministero dell’Ambiente perché il problema non è di tipo politico, ma riguarda i vertici dell’Amministrazione. Ho polemizzato su questo proprio l’altro giorno in Aula. Ho detto che spero che qualche burocrate dopo due anni si renda conto che questo provvedimento va varato. Per carità, lo si può discutere, lo si può modificare, lo si può anche ritirare, ma si abbia il coraggio di dirlo.
Sui diritti degli italiani nessuno si può permettersi il lusso di speculare“.












