L’effetto Covid sull’industria alimentare

Il 62% delle aziende italiane prevede di chiudere il 2020 con una contrazione delle vendite. E anche il nuovo anno promette di presentarsi carico di incertezze.

industria alimentare
Foto di jaymethunt da Pixabay

di Isabella Ceccarini

Il Rapporto “L’industria alimentare italiana oltre il Covid-19″

(Riinovabili.it) – 1,3 milioni di imprese, 3,4 milioni di occupati (corrispondenti al 14% della forza lavoro), 140 miliardi di euro di valore aggiunto (pari al 9% del Pil), 43 miliardi di euro di vendite sui mercati internazionali nel 2019 (pari al 9% dell’export). Questi dati, emersi dal Rapporto “L’industria alimentare italiana oltre il Covid-19 – Competitività, impatti socio-economici, prospettive” redatto da Nomisma per Centromarca e Ibc (Associazione Industrie Beni di Consumo) dimostrano quanto la filiera agroalimentare sia un asset strategico per il nostro Paese

All’interno di questa filiera, l’industria alimentare ha un ruolo rilevante non solo in termini di produzione di valore aggiunto, ma anche di occupazione. Il 40% degli occupati del settore ha meno di 40 anni e il 35% degli occupati nel settore food&beverage sono donne. Il valore aggiunto prodotto dal settore è riuscito a crescere del 19% perfino negli anni di crisi (2009-2019) e l’export è aumentato dell’89%: valori che esprimono anche un incremento dell’occupazione (+2%).

Tuttavia, la maggior parte delle aziende alimentari italiane sono artigianali o familiari, e quindi di piccolissime dimensioni: l’86% è costituito da aziende con meno di 10 addetti. La microdimensione diventa un handicap quando si tratta di raggiungere i mercati esteri: rispetto ai competitor europei, le piccole imprese italiane hanno meno disponibilità finanziarie, tecnologiche e imprenditoriali che sono fondamentali per penetrare i mercati internazionali. Nonostante questi limiti, a fine 2019 l’industria alimentare italiana ha conquistato il quinto posto nell’export mondiale grazie all’indiscussa qualità dei prodotti tipici del Made in Italy.

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Anche nel periodo del lockdown, quando tutte le attività commerciali hanno segnato una flessione significativa, le vendite di prodotti alimentari hanno tenuto sia nella grande distribuzione che nei piccoli esercizi ed hanno avuto un segno positivo anche per l’export.

Tuttavia, la mancanza di sbocco nel settore HoReCa (hotel, restaurant, cafè) e l’assenza di turisti hanno pesato complessivamente in negativo sul fatturato dell’industria alimentare. Secondo l’indagine di Nomisma il 62% delle aziende prevede di chiudere il 2020 con una contrazione delle vendite e anche il nuovo anno promette di presentarsi carico di incertezze. La riduzione del fatturato peserà sicuramente sugli investimenti e sull’occupazione. 

Investire in innovazione è importante per ogni tipo di azienda. Il Covid-19 ha prodotto nella filiera agroalimentare l’incremento dell’e-commerce e l’impennata della digitalizzazione: cambiamenti da cui i consumatori non torneranno indietro e che impongono alle aziende di potenziare l’e-commerce e la propria presenza sui social network.

Il post-Covid lascia in eredità un maggiore apprezzamento dei prodotti agroalimentari italiani, a chilometro zero, biologici, secondo i dati Nomisma. Una sostenibilità che si allinea agli obiettivi del Green Deal europeo. Le imprese, però, restano molto preoccupate sul fronte dei consumi interni che tenderanno a contrarsi anche a causa della perdurante crisi economica con conseguente calo dei redditi. L’export riserva altrettante inquietudini e incognite: anche senza mettere sul tavolo il Covid, sull’orizzonte delle aziende alimentari si addensano le nubi delle problematiche geopolitiche e dei dazi, che non rimarranno senza conseguenze.

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