Biodiversità a rischio, solo il 3% degli ecosistemi è intatto

Un studio pubblicato su Frontiers in Forests and Global Change combina l’analisi di immagini satellitari con i cambiamenti negli areali di 7.000 specie animali. Per invertire la rotta bisogna reintrodurre alcune specie chiave come l’elefante e il lupo

Biodiversità: solo il 3% degli ecosistemi è intatto
via depositphotos.com

Stima al ribasso sullo stato di salute della biodiversità globale

(Rinnovabili.it) – L’attività dell’uomo ha risparmiato soltanto il 3% degli ecosistemi, sparsi tra Congo, Amazzonia, parti del Sahara e della tundra siberana e canadese. Una stima molto più conservativa di quelle che vengono comunemente prese come riferimento. Che però usano un criterio di valutazione più blando visto che considerano le regioni dove l’impatto antropico è estremamente limitato. E portano il valore attorno al 20-40% degli ecosistemi. La nuova stima è frutto di uno studio scientifico pubblicato su Frontiers in Forests and Global Change, che propone una soluzione per migliorare la biodiversità di queste zone ed espanderle.

Soluzione che è direttamente legata al modo in cui è stato condotto lo studio. Le ricerche precedenti, infatti, definivano quasi intatti gli ecosistemi basandosi soltanto sulle immagini satellitari. Questo nuovo lavoro invece scende con i piedi per terra e sostiene che ciò che dallo spazio sembra intatto, in realtà non lo è. Il problema è che mancano molte specie animali fondamentali, il che fa sì che questi ecosistemi siano in un pericoloso disequilibrio.

Leggi anche Tutela della biodiversità: il mondo ha mancato tutti i target 2020

La nuova valutazione mette insieme le mappe dei danni umani agli habitat con altre mappe, che mostrano le regioni dove specie animali sono scomparse dai loro areali originari. Oppure dove sono in numero troppo esiguo per mantenere sano un ecosistema. “Gran parte di ciò che consideriamo un habitat intatto manca di specie che sono state cacciate e allontanate dagli umani, o perse a causa di specie o malattie invasive”, spiega Andrew Plumptre, prima firma dello studio. Tra le specie aliene invasive figurano animali a noi molto familiari: gatti, volpi, conigli, capre e cammelli.

Per invertire la rotta e aiutare gli ecosistemi a ripristinarsi, gli autori dello studio suggeriscono di reintrodurre un piccolo numero di specie che possono avere un impatto profondo e positivo sull’intero habitat. Ogni situazione è un caso a sé ovviamente. Ma lo studio fa alcuni esempi. Gli elefanti, per la loro azione di diffusione dei semi attraverso le feci, o i lupi per la funzione regolatrice sulle specie da lui predate.

Leggi anche Perdita di biodiversità, più di metà degli ecosistemi è compromesso

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui