Grandi scimmie: il covid-19 può essere una minaccia?

Nonostante non sia chiaro se il COVID-19 abbia effetti simili nell’uomo e nelle scimmie, si teme per il destino dei primati, molto sensibili alle malattie respiratorie umane.

malattie respiratorie
Credits: Psych USDOwn work, CC BY-SA 3.0, Link

Molto sensibili alle malattie respiratorie umane, anche le grandi scimmie potrebbero essere in pericolo

(Rinnovabili.it) – La pandemia di COVID-19 potrebbe diventare una seria minaccia per intere popolazioni di scimpanzé, gorilla e oranghi. A lanciare l’allarme sulla salute delle grandi scimmie è una lettera firmata da 25 ricercatori e pubblicata sulla rivista Nature: “Come principali esperti della tutela e della salute di questi animali, esortiamo governi, ricercatori, professionisti del turismo e agenzie di finanziamento a ridurre il rischio di diffusione del virus tra le grandi scimmie in via di estinzione”. 

Nonostante non sia chiaro se la virulenza e la mortalità del virus siano simili a quelle manifestate dall’uomo, “la trasmissione di patogeni umani anche lievi ai primati può portare a conseguenze da moderate a gravi”. I nostri parenti più stretti, infatti, oltre a condividere con noi circa il 98% del DNA, sono noti per essere sensibili alle malattie respiratorie umane e, in passato, alcuni agenti patogeni poco pericolosi per l’uomo si sono rivelati letali per le grandi scimmie. “La pandemia di Covid-19 è una situazione critica per l’uomo, la nostra salute e le nostre economie”, ha affermato Thomas Gillespie, professore alla Emory University e autore principale della lettera, “per questa ragione, è anche una situazione potenzialmente devastante per le grandi scimmie. C’è molto in gioco, soprattutto per quelle specie che sono già in pericolo di estinzione”. 

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In tutto il mondo, quasi la metà della popolazione di grandi scimmie è in via di estinzione a causa dell’attività umana. Distruzione dell’habitat, bracconaggio, commercio illegale di animali esotici sono alcune delle principali minacce a cui devono far fronte, insieme alle infezioni e alle malattie respiratorie che possono essere trasmesse tra umani e primati non umani. Infatti, mentre gli insediamenti umani invadono l’habitat dei primati, questi ultimi vengono spinti in aree più piccole, aumentando la loro esposizione all’uomo e ad altri primati e, di conseguenza, le probabilità di contrarre malattie infettive. Una ricerca del 2008 pubblicata su PubMed aveva raccolto le prime prove della trasmissione di infezioni virali e malattie respiratorie dall’uomo alle scimmie selvatiche e già nel 2016, nel Parco Nazionale Taï in Costa d’Avorio, alcuni scienziati avevano rintracciato episodi di trasmissione di uno dei coronavirus umani a scimpanzé selvatici.

Nel 2017, un rapporto pubblicato su ScienceAdvances mostrava chiaramente quanto fosse grave il fenomeno dell’estinzione delle grandi scimmie: il 60% delle oltre 500 specie di primati in tutto il mondo è minacciato di estinzione, mentre il 75% sta subendo un declino nella popolazione. L’unico primate in controtendenza è il gorilla di montagna, con circa 1.000 esemplari selvatici presenti nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda. Tuttavia, secondo Cath Lawson, responsabile del WWF, il trend di aumento nella popolazione potrebbe essere rapidamente invertito, specie “se viene introdotta una malattia: quindi la protezione è fondamentale in questo momento critico”. Anche gli oranghi potrebbero essere minacciati dal COVID-19 e alcuni centri hanno già messo in campo delle strategie di protezione. Susan Sheward di Orangutan Appeal UK ha dichiarato che “questa malattia potrebbe essere fatale per l’orangutan già in pericolo di estinzione: è un rischio che non possiamo permetterci di correre”. 

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Per tutelare le grandi scimmie il gruppo di esperti ha stilato una strategia a cui attenersi: dalle visite ridotte al minimo, al mantenimento di una distanza di almeno 7 metri dai primati, fino all’interdizione all’avvicinamento per quelle persone che hanno avuto malattie respiratorie o contatti con persone malate nei 14 giorni precedenti. Gli autori della lettera concludono dichiarando che “dovremmo prepararci al peggio e considerare criticamente l’impatto delle nostre attività su queste specie in via di estinzione”. 

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