Fanno il deserto e la chiamano Pac: in Italia scomparso 1/3 degli uccelli in aree agricole

Parlano chiaro i numeri del Farmland Bird Index per l’Italia, curato da Lipu su commissione del Masaf. Oltre il 70% delle specie di uccelli che vivono in ambienti agricoli presenta cali di popolazioni “significativi”. L’unica eccezione, con trend in ripresa negli ultimi anni, è quella delle praterie montane. La Lipu: “Proseguire senza indugi il Green Deal e la transizione ecologica”

Uccelli in aree agricole: collasso Italia, -36% in 20 anni
Foto di Vincent van Zalinge su Unsplash

In pianura Padana, tra 2000 e 2023, -50% popolazioni uccelli in aree agricole

(Rinnovabili.it) – Fanno il deserto e la chiamano Pac. Le regole molto lasche della politica agricola comune, quelle avversate dalle proteste dei trattori di queste settimane, stanno firmando la condanna a morte per la biodiversità del Belpaese. Lo dicono i numeri: in tutta Italia, tra 2000 e 2023, le popolazioni di uccelli in aree agricole sono crollate del 36%. In pianura Padana, la principale culla dell’agricoltura nazionale, il dato è anche peggiore: -50%.

“Sono ancora peggiori dell’anno precedente i nuovi dati 2023 sulla presenza di uccelli nelle zone agricole, a conferma che il Green Deal e la transizione ecologica devono proseguire senza indugi e anzi rafforzarsi, sapendo conciliare le esigenze della produzione agricola con l’indispensabile tutela della biodiversità”, attacca la Lipu, che ha realizzato il censimento commissionato dal Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (Masaf) nell’ambito della Rete rurale nazionale, basandosi sul Farmland Bird Index (FBI).

Uccelli in aree agricole, i numeri del collasso

L’indice monitora 28 specie di uccelli in aree agricole spaziando dalle zone di pianura agli ambienti collinari, fino alle praterie montane e alle regioni “mosaico” dove l’agricoltura convive con la macchia mediterranea. Di queste, oltre il 70% (20 su 28) presenta indici di popolazione “in declino significativo”.

Dietro il collasso c’è l’agricoltura intensiva con le sue pratiche insostenibili. Il risultato? Specie in passato molto presenti sono più che dimezzate su scala nazionale, come nel caso della rondine (-51%), dell’allodola (-54%) o della passera d’Italia (-64%). Quasi scomparse, invece, specie come l’averla piccola (-72%), il saltimpalo (-73%), il torcicollo (-78%), il calandro (-78%).

Situazione grave anche al centro-sud, non solo in pianura Padana, a causa della banalizzazione dei paesaggi agricoli e del ricorso massiccio a prodotti chimici per l’agricoltura. L’unica nota positiva riguarda le specie di uccelli in praterie montane: il trend sta migliorando, anche se il cumulato dal 2000 a oggi segna ancora -24%.

“I dati del nuovo FBI sono drammatici – spiega Federica Luoni, responsabile Agricoltura della Lipu – Si tratta, tuttavia, di numeri purtroppo attesi, poiché nessuna delle politiche e delle misure che avevano lo scopo di invertire la tendenza è stata messa in atto”.

E proprio sull’onda delle proteste dei trattori potrebbero arrivare nuove deroghe – oltre a quella, già riconfermata, sul vincolo del 4% dei terreni da lasciare incolti – e un rilassamento ulteriore della Pac. Politica agricola comune che, nonostante la contestatissima riforma del 2021, non è affatto allineata alle esigenze del Green Deal ed è stata fustigata anche dalla Corte dei conti UE per la scarsa o nulla efficacia dei sussidi ambientali.

“Urge l’approvazione di quelle norme europee che possono ridare spazio alla biodiversità prevedendo il ripristino di ambienti andati distrutti (elementi del paesaggio, zone umide di pianura) e un rafforzamento della Pac in difesa dell’ambiente, ripristinando per esempio l’opzione del 4% dei terreni da lasciare incolti, troppo frettolosamente posticipata”, conclude Luoni.

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