Pozzo di carbonio, suoli più caldi stoccano meno CO2

Temperatura, quantità di argille e latitudine sono le variabili che determinano l’efficacia dei suoli come carbon sink. Ogni 10°C in più, la capacità di assorbimento della CO2 scende in media del 25%

pozzo di carbonio
Foto di klimkin da Pixabay

I terreni con poca argilla e a latitudini estreme sono il pozzo di carbonio più a rischio

(Rinnovabili.it) – Più aumenta il riscaldamento globale, meno il suolo è un pozzo di carbonio efficace. C’è un legame diretto tra aumento della temperatura, minor quantità di CO2 catturata e stoccata dai terreni, e incremento dell’anidride carbonica rilasciata. E l’effetto del global warming è decisamente più forte di quanto fosse stati stimato finora. Lo rivela un nuovo studio condotto dalle università di Exeter e Stoccolma e pubblicato su Nature.

Per ogni 10°C di aumento della temperatura, lo stoccaggio medio del carbonio (in tutti i tipi di terreni) diminuisce di oltre il 25%. “Anche le previsioni più fosche non anticipano questo livello di riscaldamento, ma abbiamo usato questa scala per darci fiducia che gli effetti che abbiamo osservato fossero causati dalla temperatura piuttosto che da altre variabili”, ha spiegato Iain Hartley dell’università di Exeter.

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Più che i valori assoluti, conviene guardare la curva. La capacità dei suoli di restare un pozzo di carbonio efficiente crolla in modo molto rapido con l’aumento della temperatura globale. È un esempio di feedback positivo, spiegano gli autori dello studio: un meccanismo per cui un fenomeno (il global warming) ne innesca altri a cascata, i cui effetti si combinano e moltiplicano. Con il risultato di aggravare rapidamente la crisi climatica.

Non tutti i tipi di suolo reagiscono nello stesso modo. I ricercatori hanno analizzato 9.300 campioni diversi presi dal database World Soil Information e si sono concentrati sulla performance dei primi 50 cm di suolo. La quantità di carbonio che potrebbe essere rilasciata dipende dal tipo di suolo, con i suoli a struttura grossolana (a bassa argilla) che perdono tre volte più carbonio dei suoli a struttura fine (ricchi di argilla).

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La differenza la fa anche la latitudine. “La nostra analisi ha identificato le riserve di carbonio nei suoli a struttura grossolana alle alte latitudini (lontano dall’equatore) come le più vulnerabili al cambiamento climatico”, spiegano gli autori. Questi depositi, quindi, dovrebbero richiedere un’attenzione particolare visto che è proprio in quelle aree del pianeta che il riscaldamento globale corre di più. Le rilevazioni di lungo periodo sull’andamento del global warming nell’estremo nord del Pianeta dicono che la temperatura cresce tre volte più veloce che altrove. “Al contrario, abbiamo trovato che i depositi di carbonio nei suoli a tessitura fine nelle zone tropicali sono meno vulnerabili al riscaldamento del clima”, concludono.

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