Siamo sicuri che la CCS sia la soluzione?

La cattura della CO2 (CCS o CCUS), viene spesso citata tra i pochi assi nella manica rimasti per mitigare il cambiamento climatico. Ma la Fisica e l’Economia ne svelano tutti i limiti. Anatomia a puntate di una tecnologia dalle troppe aspettative malriposte (e malinformate)

ccs

di Matteo Grittani

(Rinnovabili.it) – Tempo di G20, tempo di COP26, tempo di grandi decisioni per il clima e per il nostro ambiente. Tempo di auspici e di piani ambiziosi. Si può dire che in queste ultime settimane si sia cominciato finalmente a parlare di cambiamento climatico; c’è discussione e questo è senza dubbio un bene. Ma è sulla qualità di ciò che si dice che ancora dovremmo lavorare, almeno nel nostro Paese. Tra le soluzioni alla mitigazione del Climate Change che capita di incontrare durante dibattiti più o meno approfonditi in televisione e sui giornali, la più inflazionata è senza dubbio la cattura dell’anidride carbonica o Carbon Capture and Sequestration (CCS). A questa tecnologia, nella migliore delle ipotesi, vengono attribuite considerevoli potenzialità. Nella peggiore, la CCS viene invece presentata come vero e proprio “game changer” in grado di risolvere nei prossimi anni gli imminenti interrogativi che il Global Warming pone all’umanità e alla sua economia “carbonica”.

Una narrazione semplicistica e inaccurata. L’obiettivo di questo ciclo di approfondimenti è capire se la CCS potrà davvero aiutarci nella sfida per l’ambiente che dobbiamo iniziare a combattere già oggi. Nel primo episodio abbiamo presentato il processo di cattura della CO2 a grandi linee, ricordato che la tecnologia è ancora distante dall’essere disponibile su larga scala e – soprattutto – ribadito che la CCS non è sinonimo di cattura della CO2 già emessa in atmosfera, che si chiama invece Direct Air Capture (DAC) e funziona in modo diverso. Oggi ci concentriamo invece sulla convenienza economica del meccanismo, se applicato ad impianti termoelettrici a energia fossile. Spoiler: la CCS applicata a centrali a gas e a carbone non è 

L’economia della CCS in brevissimo

Se uno dei maggiori talloni d’Achille della cattura del carbonio è il suo (finora) lentissimo sviluppo e la disponibilità su larga scala ancora non dimostrata, un altro punto di vista fondamentale per trattare il tema con la complessità che merita, è quello economico. È ormai noto che le rinnovabili sono le risorse nel mondo più convenienti per produrre energia. Lo ha notato prima Bloomberg New Energy and Finance , seguito subito dopo da IEA : il kWh elettrico da solare ed eolico è più economico di qualsiasi altro – specie rispetto a quelli generati da fossili – per due terzi delle economie globali. Il costo sempre più basso dell’energia prodotta a partire da sole e del vento, gratuiti, continuerà a rendere obsolete e sempre più antieconomiche le centrali attive a gas, così come quelle a carbone. Cosa c’entra questo con la CCS? Semplice: “aggiungere” un impianto di cattura e sequestro della CO2 e implementarlo all’interno di una centrale termoelettrica a gas o carbone, non farebbe che rendere le due fonti fossili ancor meno economiche rispetto alle rinnovabili. Prendiamo ad esempio la fossile considerata più “sostenibile”: il gas naturale.

Secondo la più recente letteratura scientifica nota, una centrale a gas con CCS costruita oggi ha costi di costruzione più che doppi rispetto a una che ne è sprovvista. Non solo: il Levelised Cost of Electricity (ovvero il costo per unità di energia prodotta dall’impianto), aumenterebbe di oltre il 61%. Citando un recente report dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, i progetti di CCS appaiono “proibitivamente antieconomici se confrontati con altri sistemi di mitigazione delle emissioni, come l’energia rinnovabile o l’energy storage”. Insomma, economicamente ad oggi la CCS non sembra purtroppo stare in piedi. E questo nonostante la tecnologia riceva ogni anno alcune decine di miliardi di dollari in finanziamenti pubblici e incentivi dai governi europei e nordamericani, che diventeranno addirittura 126 entro il 2050 secondo l’Energy Subsidies 2020 di IRENA.

In breve, considerato l’attuale stato della tecnologia e del mercato energetico, si può dire che le tecnologie di Carbon Capture and Storage non abbiano (ancora) dimostrato di essere convenienti economicamente, così come tecnicamente fattibili su larga scala. 

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