L’Alaska non regge più le trivelle dell’industria petrolifera

La tecnologia permette alle compagnie di idrocarburi di continuare a operare nonostante l’impatto dei cambiamenti climatici sull’area sia devastante

Le trivelle “congelano” l’Alaska, ma per il profitto delle Big Oil
Jim Black from Pixabay

Le Big Oil stanno ri-congelando il terreno sotto trivelle e pipeline mentre il permafrost si scioglie

(Rinnovabili.it) – Tutti gli ecosistemi dell’Artico sono sconvolti dai cambiamenti climatici, e l’Alaska è forse la regione più colpita. Una situazione che mette a rischio le trivelle. Perché rende difficili anche le operazioni delle grandi compagnie degli idrocarburi, i cui investimenti sono in pericolo perché le tecnologie e le infrastrutture che impiegano normalmente non stanno al passo delle trasformazioni dell’ambiente dovute al riscaldamento climatico. La soluzione che si sta diffondendo? Ri-congelare il permafrost in scioglimento.

In mezzo a questi rapidi cambiamenti, l’industria petrolifera sta vivendo una rinascita nella regione, in parte grazie alle tecnologie che consentono alle infrastrutture di resistere ai cambiamenti climatici. Sono tecnologie vecchie di decenni, ma la loro domanda sta crescendo molto ultimamente con il surriscaldamento dell’Artico.

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Il problema è che lo scioglimento del permafrost rende instabile il terreno. E così le trivelle e altre infrastrutture per l’estrazione di petrolio e gas sono a rischio. La soluzione che viene adottata su scala sempre più larga è impiegare dei dispositivi di raffreddamento capaci di riportare il terreno a temperature di congelamento. Di nuovo stabili, ancora in grado di reggere, letteralmente, l’industria petrolifera. Una situazione paradossale da tanti punti di vista. Non solo perché le fonti fossili sono tra i massimi responsabili dell’innalzamento delle temperature globali – che nell’Artico galoppano 3 volte più veloce della media mondiale – ma perché riflette il rapporto (sbilanciato) tra ricerca del profitto e le risorse da cui tale profitto viene ricavato.

In più, la resilienza delle Big Oil, anche grazie a queste tecnologie che permettono loro di prolungare l’operatività in contesti in rapido cambiamento, è molto maggiore della resilienza di cui sono capaci le comunità locali. La prospettiva quindi è di un Artico “a misura di trivella”, e poco altro.

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L’Alaska può essere un laboratorio in questo senso. Soprattutto grazie alla deregulation sfrenata promossa dall’amministrazione Trump negli ultimi 4 anni. Il Bureau of Land Management americano ha messo in vendita le riserve di petrolio e gas della National Petroleum Reserve e, con esse, circa 1,6 milioni di ettari nell’area nord-occidentale dell’Alaska l’anno scorso. Il primo passo per smantellare le protezioni dell’era Obama, che avevano esteso l’Arctic National Wildlife Refuge a 9,3 milioni di ettari. A settembre è passata una legge che permette le trivellazioni anche nelle foreste di proprietà federale. Come quella di Tongass, in Alaska. Che è l’Amazzonia degli Stati Uniti: gli alberi della foresta assorbono circa l’8% delle emissioni prodotte dal paese ogni anno.

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