Dieselgate: Fiat ancora nel mirino, è scontro Germania-Italia

Il ministro dei Trasporti tedesco Dobrindt accusa Fiat di usare un software illegale e l’Italia di proteggere l’azienda dagli strascichi dello scandalo emissioni. Calenda: “Pensino a Volkswagen”

Dieselgate: Fiat ancora nel mirino, è scontro Germania-Italia

 

(Rinnovabili.it) – Berlino torna ad accusare l’Italia di negligenza nella vicenda dieselgate. L’occasione propizia l’ha fornita l’Epa, l’Agenzia per la protezione ambientale che la scorsa settimana ha preso di mira Fiat Chrysler, sostenendo che l’azienda avrebbe truccato i valori delle emissioni di ossidi di azoto in fase di test su oltre 100mila veicoli. Sull’onda di questo sviluppo è partita la bordata tedesca, arrivata ieri per voce del ministro dei Trasporti tedesco Alexander Dobrindt in un’intervista alla Bild am Sonntag: “Le autorità italiane sapevano da mesi che Fiat, nell’opinione dei nostri esperti, usava dispositivi di spegnimento illegali”. Ma l’azienda italiana si è sempre rifiutata di chiarire come stanno realmente le cose in Europa, quindi il titolare del dicastero conclude che la Commissione europea “deve garantire il richiamo” di alcuni modelli.

Botta e risposta, la reazione delle autorità italiane non si è fatta attendere. Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda non è andato leggero: “Pensino a Volkswagen”. Più diplomatica, ma sempre negativa, la dichiarazione del ministro dei Trasporti Graziano Delrio: “La richiesta di Berlino è totalmente irricevibile”.

 

Dieselgate: Fiat ancora nel mirino, è scontro Germania-Italia
Da sinistra, i ministri Delrio e Dobrindt

La ruggine tra Italia e Germania sul dieselgate si è accumulata fin dallo scorso agosto. Dopo lo scandalo emissioni che aveva travolto Volkswagen, l’autorità di controllo automobilistico tedesca (Kba) aveva iniziato a verificare le prestazioni delle altre marche. Da questi controlli è venuto fuori, secondo le autorità tedesche, che le auto Fiat commercializzate in Germania userebbero un sistema che disattiva i filtri delle emissioni inquinanti dopo 22 minuti, abbastanza per superare i test che di norma durano 20 minuti. Test truccati, insomma. Così Berlino aveva denunciato il fatto alla Commissione, che dal canto suo aveva chiesto spiegazioni all’Italia. Ma da Roma nessuno si è mai sentito in dovere di rispondere.

Il punto che ingarbuglia la questione è questo: gli (eventuali) illeciti li commette un’azienda privata, ma sono le autorità nazionali che sono responsabili dei controlli. Perciò l’Ue non ha molta voce in capitolo, nessun Paese può imporre all’altro la propria volontà e tutto si risolve in un lungo strascico di polemiche. Come quelle che sono tornate alla ribalta ieri.

Venerdì scorso un portavoce della Commissione aveva fatto sapere all’Italia che i tempi per rispondere alle accuse tedesche si stanno esaurendo. Una minaccia spuntata: al massimo le autorità europee possono rivalersi contro le istituzioni italiane, non contro Fiat. Ma sull’azienda guidata da Sergio Marchionne potrebbero cadere altre tegole, questa volta dalla Francia. Lì Renault è finita, sempre la scorsa settimana, nel mirino degli inquirenti per l’ennesimo caso di test truccati. Ma la ministra dell’Ambiente di Parigi ha affermato che a breve la nuova inchiesta potrebbe allargarsi ad altre case automobilistiche.

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