Cop28 di Dubai, la finanza per il clima è in cima all’agenda

Meccanismo per le Perdite e i Danni e obiettivo post 2025: sono i 2 dossier di finanza climatica più importanti che saranno discussi al vertice di Dubai. Cosa c’è in ballo e quali sono le posizioni negoziali dei principali paesi?

Finanza per il clima: le priorità alla Cop28 di Dubai
Foto di Rob su Unsplash

La finanza per il clima è la chiave per rendere equa e giusta la transizione

(Rinnovabili.it) – La scienza del clima ci spiega quali sono le politiche necessarie per affrontare la crisi climatica, indica obiettivi per tagliare le emissioni, assegna una data a questi target, e dà una valutazione di come potrebbe essere composto il mix di soluzioni da usare. Ci dà, insomma, la ricetta della transizione. Ma a rendere questa transizione giusta e equa – in modo da non lasciare indietro nessuno – saranno le scelte della politica sulla finanza per il clima.

Per questo motivo, il tema delle risorse da stanziare per le politiche di mitigazione e, soprattutto, di adattamento al cambiamento climatico non è solo in cima all’agenda della Cop28 di Dubai: è anche uno dei dossier più difficili e divisivi, insieme a quello su sussidi e phase out delle fossili. I punti più importanti di cui si parlerà al vertice che inizia il 30 novembre sono 2: il meccanismo per le perdite e i danni (Loss & Damage) e il nuovo obiettivo post 2025 per la finanza climatica.

Braccio di ferro sul Meccanismo per le Perdite e i Danni

La Cop28 deve raggiungere, tra gli altri, un obiettivo chiaro: rendere immediatamente operativo il Meccanismo per le Perdite e i Danni. Si tratta di un sistema imbastito l’anno scorso, durante la Cop27 in Egitto, che dovrebbe convogliare verso i paesi più vulnerabili alla crisi climatica risorse finanziarie messe a disposizione dai paesi più ricchi.

Risorse che dovrebbero servire per evitare che il moltiplicarsi dei danni causati dalla crisi climatica condanni questi paesi, tutti con economie deboli se non fragilissime e responsabili solo in minima parte delle emissioni globali, soprattutto se calcolate tenendo conto delle responsabilità storiche.

A che punto siamo e quali sono le prospettive? I negoziati sui dettagli tecnici del funzionamento del Meccanismo sono andati avanti per tutto il 2023, ma con pochi risultati. Solo un nodo è ormai sciolto, anche se in via provvisoria: la governance del sistema perdite e danni.

Sarà controllato dalla Banca Mondiale, istituzione multilaterale ma fortemente influenzata dagli Stati Uniti e dall’Occidente. Ma solo per 4 anni, poi se ne ridiscuterà. Il motivo? L’accordo è un compromesso tra le economie avanzate e i paesi del Sud globale (guidati dalla Cina), con quest’ultimi che avrebbero preferito porre il Meccanismo sotto l’egida della Convenzione Quadro dell’ONU sul cambiamento climatico (UNFCCC), riducendo così i margini di manovra di Washington & co.

Sul tavolo della Cop28 di Dubai restano così due punti cruciali ancora da discutere: chi deve mettere le risorse, e quanta finanza per il clima dev’essere mobilitata attraverso il Meccanismo. Punti su cui, per ora, un’intesa sembra piuttosto lontana.

I paesi più ricchi vorrebbero un perimetro ampio di paesi donatori, che includa anche Pechino (ormai seconda economia mondiale, anche se nella classificazione dell’UNFCCC – del 1992 – figura ancora come paese in via di sviluppo) e i maggiori produttori di petrolio, anche se formalmente sono ancora developing countries. Dall’altro lato della barricata, le posizioni fanno leva sulla responsabilità storica dell’Occidente nel creare la crisi climatica e si vorrebbe un perimetro di donatori ben più ristretto. Al massimo, i paesi che hanno risorse economiche sufficienti potranno contribuire ma solo su base volontaria (punto cui la Cina tiene molto).

Su quale sia il volume di finanza per il clima da mobilitare, poi, i negoziati preliminari dei mesi scorsi non hanno raggiunto nemmeno un’indicazione di massima. I paesi in via di sviluppo, a settembre, hanno chiesto almeno 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2030. Cifra ricavata dal rapporto dell’Independent High-Level Expert Group on Climate Finance dell’ONU, che stimava l’importo necessario in 150-300 mld l’anno entro fine decennio. I paesi ricchi, invece, non vogliono indicare un importo, nemmeno non vincolante.

La finanza per il clima post 2025

Il secondo dossier sul tavolo del vertice sul clima di Dubai riguarda il nuovo obiettivo di finanza climatica da stabilire per il post 2025. Tema complicato sia per l’ammontare, sia per le modalità di erogazione. Entrambe questioni che si sono rivelate problematiche con l’obiettivo attuale, i 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020 stabilito nel 2009, alla Cop15 di Copenhagen.

Questo target è stato probabilmente raggiunto solo nel 2022, con 2 anni di ritardo, secondo le stime dell’OCSE. E continua a essere caratterizzato da una quota importante di finanziamenti in forma di prestiti invece che di sovvenzioni, con il rischio di aggravare i bilanci dei paesi più fragili e di far scattare una sorta di “trappola del debito climatico”. Inoltre, buona parte del denaro va in azioni di mitigazione, meno per l’adattamento (che è però prioritario per i beneficiari). Alla Cop26, i paesi donatori si erano impegnati a raddoppiare la quota di finanza per l’adattamento.

Le opzioni sul tavolo e le posizioni negoziali su questo dossier sono molto variegate. L’UE vuole discutere di un target che parta dalla soglia di 100 mld $ l’anno ma non ha indicato un obiettivo massimo. Il gruppo dei paesi africani vorrebbe che il contributo dei paesi ricchi diventasse vincolante e che sia flessibile, ovvero che venga rivisto con l’avanzare della scienza del clima e in base alle necessità crescenti dei paesi beneficiari. Un punto, quest’ultimo, che trova vasto consenso tra i paesi del Sud globale.

Sud globale che vorrebbe specificare la platea dei donatori, restringendola esclusivamente ai paesi sviluppati. Mentre quest’ultimi, come per il Meccanismo Loss & Damage, premono per ampliarla a chi ha i mezzi finanziari per contribuire. I paesi in via di sviluppo e meno sviluppati propongono anche diverse opzioni per assicurare che una quota fissa o preponderante delle risorse sia mobilitata in forma di sovvenzioni e destinata all’adattamento. Il recente rapporto ONU sul gap nelle politiche di adattamento, d’altronde, calcolava che le risorse in quest’ambito devono crescere di 10-18 volte e arrivare a quasi 400 mld $ l’anno entro il 2030.

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