La Cina è pronta per la svolta verde verso la neutralità climatica?

Da oggi e fino a giovedì si riunisce il Politburo per limare il nuovo piano quinquennale. Dal quale uscirà la nuova Cina che vuole diventare clima neutrale nel 2060.

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Credits: Roland von Thienen da Pixabay

Per la neutralità climatica nel 2060 serve lo stop a 300 GW di centrali a carbone già in cantiere

(Rinnovabili.it) – Tra 4 giorni sapremo se la Cina fa sul serio. Il tempo necessario perché il Politburo, cioè il vertice del partito comunista riunito da oggi in conclave, si metta d’accordo sui dettagli del prossimo piano quinquennale 2021-2025. Che deve essere completamente riscritto dopo l’annuncio a sorpresa del presidente Xi Jinping, a settembre, di impegnarsi a raggiungere la neutralità climatica entro il 2060.

Così il piano diventa la cartina tornasole delle ambizioni climatiche cinesi. E non solo. L’emergenza coronavirus sta mettendo in discussione la solidità del sistema internazionale, in politica come in economia. Pechino ha l’occasione di cogliere l’opportunità e accelerare la corsa per diventare la prima economia globale soppiantando gli USA. La discriminante è come deciderà di farlo. Se puntando davvero su provvedimenti e indirizzi che vanno verso il raggiungimento della neutralità climatica. Oppure decidendo di usare il clima come una semplice maschera per addolcire l’impatto del capitalismo in salsa cinese.

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Quali sono gli impegni che la Cina deve assumere perché il piano sia davvero in linea con l’obiettivo di diventare clima neutrale entro il 2060? Un punto su cui c’è ampio consenso tra gli esperti è la quota di carbone nel mix energetico nazionale. Deve scendere, dal 58% di oggi a meno del 50% entro il 2025. Il piano quinquennale deve anche puntare molto di più sulle tecnologie per la cattura del carbonio (carbon capture, utilization and storage, CCUS).

Visti i precedenti, una vera svolta per la Cina sarebbe fare chiarezza su come conteggiare le emissioni. Perché senza trasparenza su questo punto fondamentale, qualsiasi obiettivo e percentuale sul taglio delle emissioni resta troppo vago. Forse è la volta buona. Zou Ji ha ventilato questa ipotesi: è il capo della Energy Foundation China, che è stata coinvolta nella ricerca preparatoria del piano quinquennale.

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Capitolo rinnovabili. La società di consulenza Wood Mackenzie in un rapporto stima che le capacità solari, eoliche e di stoccaggio cinesi dovrebbero aumentare di 11 volte entro il 2050 per rispettare l’obiettivo, mentre l’uso di carbone per la produzione di energia termica deve scendere almeno del 50%. Stop al carbone, quindi. Ma ci sono circa 300 GW di progetti già approvati o in cantiere. Il Politburo deciderà davvero di stralciarne la gran parte?

D’altronde su questo punto c’è davvero poco tempo da perdere, ricordano al partito alcuni dei principali think tank cinesi. He Jiankun, vice direttore del Comitato nazionale di esperti sui cambiamenti climatici, ha affermato che Pechino deve limitare le emissioni e persino raggiungere una “crescita negativa” del consumo di carbone entro il 2025. E Li Tianxiao del Development Research Center, un centro studi governativo, ha previsto che la Cina avrebbe bisogno di raddoppiare la capacità eolica e solare a circa 500 GW ciascuna già entro il 2025.

Per Zhang Xiliang della Tsinghua University il settore elettrico dovrebbe arrivare a zero emissioni entro il 2050 e iniziare a produrre “emissioni negative” da quel momento in poi, per compensare le emissioni difficili da eliminare dai processi industriali, dall’agricoltura e da altri settori. Questo scenario prevede che la generazione di energia dal carbone senza cattura e stoccaggio del carbonio terminerà nel 2050. Ma resterebbe comunque una quantità significativa di utilizzo del carbone al di fuori del settore energetico fino al 2060.

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