COP26, cosa ha deciso il Patto sul clima di Glasgow sul taglio delle emissioni?

Più riferimenti alla necessità di azioni urgenti – entro il 2030 – per tenere l’obiettivo di 1,5 gradi a portata di mano. Qualche numero messo nero su bianco per indirizzare i tagli delle emissioni. Spunta il metano e compaiono per la prima volta riferimenti ai sussidi fossili e al carbone. La COP26 poteva fare molto di più, ma è costretta a rivolgere le speranze all’appuntamento del 2022 in Egitto

Patto sul clima di Glasgow: le misure per ridurre le emissioni decise alla COP26
crediti: UNclimatechange via Flickr (CC BY-NC-SA 2.0)

Il capitolo sulla mitigazione nel Patto sul clima di Glasgow

(Rinnovabili.it) – I risultati migliori del vertice sul clima di Glasgow riguardano la riduzione delle emissioni di gas serra. La novità più sostanziosa emersa dalla COP26 riguarda il passaggio sui combustibili fossili, ma qualche miglioramento si registra anche nel linguaggio usato per fissare gli obiettivi generali. Tutte le principali misure adottate dal Patto sul clima di Glasgow sono contenute nel capitolo “Mitigazione”. Ci sono poi altri accordi settoriali che hanno impatti sul taglio delle emissioni, ma sono sottoscritti da un numero minore di paesi. Vediamo tutti i punti importanti nel dettaglio.

Leggi qui il testo del Patto sul clima di Glasgow

1,5°C o 2°C?

I primi 4 punti del Patto sul clima di Glasgow (20-23) provano a spostare l’accento dall’obiettivo più blando a quello più ambizioso dell’accordo di Parigi. Mentre il punto 20 ripete semplicemente il linguaggio dell’accordo del 2015, il punto 21 ne usa uno più forte per segnalare che l’opzione da preferire è quella di contenere il riscaldamento globale entro gli 1,5 gradi sui livelli pre-industriali, mentre il n° 23 dice che bisogna accelerare gli sforzi da qui al 2030.

Il punto 22 aggiunge un tassello ancora più importante. Andare verso gli 1,5 gradi “richiede riduzioni rapide, profonde e sostenute delle emissioni globali di gas serra, compresa la riduzione delle emissioni globali di anidride carbonica del 45 per cento entro il 2030 rispetto al livello del 2010 e il raggiungimento di emissioni nette zero intorno alla metà del secolo, oltre a profonde riduzioni di altri gas a effetto serra”.

Non si dice che servono azioni “immediate” (già al G20 di Roma il tentativo era fallito), ma è positivo il riferimento al -45% di emissioni entro il 2030 sui livelli del 2010: è quello che sostiene da tempo l’IPCC ma per la prima volta è scritto in modo esplicito, con dei numeri precisi, in un accordo internazionale. Stesso discorso vale per la data della neutralità climatica. Certo, il patto sul clima di Glasgow non è vincolante: chi non lo rispetta non incorre in sanzioni. Per questo avere un linguaggio più forte e impegni più ambiziosi avrebbe dato qualche garanzia in più della volontà politica di rispettare sul serio il patto sul clima di Glasgow.

Il patto sul clima di Glasgow nomina il metano

Altro aspetto da applaudire è il riferimento alla necessità di tagliare anche altri gas serra. Questo punto è da leggere con il n°37, dove l’accordo invita le parti a considerare nuovi tagli entro il 2030 ai gas serra – al di là della CO2 – “incluso il metano”. Alla COP26, Stati Uniti ed Europa hanno rilanciato la Global Methane Pledge con l’obiettivo di tagliare le emissioni di metano del 30% entro il 2030 da filiera dell’oil&gas, agricoltura e rifiuti.

Anche l’accordo bilaterale USA-Cina, siglato in Scozia la settimana scorsa, impegna Pechino a tagliare il CH4. Secondo Climate Action Tracker, se alla Pledge aderissero anche Cina, India e Russia, si potrebbero tagliare anche 2,4 GtCO2e. Al momento, ne emetteremo 20 Gt di troppo entro fine decennio per restare in linea con gli 1,5 gradi.

Aggiornate gli NDC!

Perché la presidenza britannica rivendica che l’obiettivo degli 1,5 gradi è ancora vivo? Perché il patto sul clima di Glasgow contiene una manovra per spingere i paesi a presentare già l’anno prossimo nuovi contributi nazionali volontari (NDC) sui tagli delle emissioni. Non sfugge a nessuno che è una toppa per mascherare il fallimento di Glasgow su questo aspetto. Come si può sostenere davvero che un summit è stato un successo, se tutte le speranze sono riposte in quello successivo?

Comunque, il punto 25 nota che, facendo la somma di tutti gli NDC appena presentati, non ci sarà nessuna riduzione delle emissioni nel 2030: ci sarà anzi un aumento del 13,7%. I punti dal 26 al 35 fissano un nuovo appuntamento, entro la COP27 che si terrà in Egitto nel 2022, per migliorare i propri NDC. Il linguaggio qui è stato indebolito rispetto alle prime bozze del patto sul clima di Glasgow, ma l’ossatura rimane: sono istituiti meccanismi e procedure per rafforzare l’ambizione. Sarà abbastanza? Lo scopriremo solo tra un anno.

Ad ogni modo, in un documento collegato, che rientra nel Rulebook dell’articolo 6 dell’accordo di Parigi, arriva una buona decisione che rafforza questo approccio incrementale ai tagli delle emissioni. Riguarda i cosiddetti timeframe, cioè la frequenza con cui i paesi devono aggiornare gli NDC con orizzonte decennale. La scelta è caduta – dopo un lungo braccio di ferro – su una cadenza di 5 anni. Così, nel 2025 i paesi sono chiamati a presentare nuovi contributi nazionali volontari con obiettivo 2035, nel 2030 a presentarne di aggiornati e con obiettivo 2035, e avanti così. E’ un punto importante perché permette – in linea di principio – di correggere la rotta ogni pochi anni.

Carbone, da phase out a phase down

Il passaggio più innovativo – e anche quello che è stato cambiato fino all’ultimo – riguarda i sussidi fossili. Per la prima volta, un accordo sul clima cita espressamente la necessità di abbandonare gradualmente i sussidi alle fossili. Ci sono volute 26 COP e siamo già fuori tempo massimo, se è vero che persino l’Agenzia internazionale dell’energia, nella sua rotta verso la neutralità climatica, afferma che bisogna introdurre immediatamente un phase out dei sussidi fossili.

Anche su questo punto le bozze che si sono succedute alla COP26 hanno diluito fino all’inverosimile il punto 36. La prima versione affermava la necessità di un abbandono graduale del carbone e dei sussidi alle fossili. L’ultima fa un lungo preambolo che serve per incastrare il phase out come una delle opzioni per la transizione energetica. Parla solo di “phase down”, cioè riduzione e non stop, per il carbone. Introduce dei distinguo sul carbone: la riduzione riguarderà solo quello “non abbattuto” (quindi restano le centrali a carbone con cattura e stoccaggio della CO2), mentre i sussidi fossili da cancellare sono soltanto quelli “inefficienti” (ma non si dà indicazione su cosa significhi né su chi lo debba decidere). Ciliegina, al fondo della frase si riconosce la necessità di un “supporto per la transizione giusta”: se i paesi ricchi vogliono più impegno sulle fossili da parte di quelli in via di sviluppo, che paghino. Il principio è sacrosanto, l’applicazione molto complicata. E quindi lunga. (lm)

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