Spesa per il clima? No, meglio muri anti-migranti

Put your money where your mouth is, recita un detto anglosassone. I grandi inquinatori fanno l’opposto: parlano tanto di clima ma spendono molto di più in misure per contenere l’immigrazione

spesa per il clima
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La spesa per il clima è davvero una priorità per chi inquina di più?

(Rinnovabili.it) – Tra le dichiarazioni sulla ripresa verde e i “Build Back Greener”, i commenti alle mobilitazioni dei Fridays for Future e le prese di posizione sul caro bollette, potrebbe sembrare che negli ultimi 2 anni il cambiamento climatico abbia davvero catturato l’attenzione dei governi guadagnandosi i primi posti in agenda. Peccato che sia un errore di prospettiva. La lente migliore per leggere cosa sta succedendo davvero è la spesa per il clima, e in questa lettura sono utilissimi due rapporti pubblicati in questi giorni.

Muri ai confini

Il primo si intitola Global Climate Wall e confronta i volumi di spesa per il clima dei paesi più ricchi con altri loro investimenti. I più grandi inquinatori mondiali, scrivono i ricercatori del Transnational Institute, un think tank olandese, spendono 2,3 volte di più per costruire muri ai loro confini che per la finanza climatica. Sono 7 i paesi, responsabili del 48% delle emissioni storiche di gas serra, che spendono almeno il doppio per fortificare le loro frontiere dall’immigrazione che per il clima. Tra 2013 e 2018, ai muri anti-immigrazione sono arrivati più di 33,1 miliardi di dollari mentre ai finanziamenti per il clima appena 14,4 mld.

Si tratta di Stati Uniti, Germania, Giappone, UK, Canada, Francia e Australia. Ma ogni caso è a sé. Il Canada ha speso per i muri 15 volte più che per il clima, l’Australia 13 volte, gli USA almeno 11 volte. L’aumento di risorse è un altro angolo interessante da cui constatare che la spesa per il clima non è mai stata, e non è nemmeno oggi, una vera priorità per i governi. In media, i soldi per proteggere i confini in questi 7 paesi è aumentata del 29% tra 2013 e 2018. Quella per la finanza climatica non regge il passo. Anche qui ci sono casi eclatanti: Washington tra 2003 e 2021 ha triplicato le risorse per i muri, mentre il bilancio dell’agenzia UE per i confini, Frontex, è lievitato del 2763% dal 2006, quando è stata creata.

Il debito si mangia la spesa per il clima

La fotografia non cambia se si guarda all’altro estremo, cioè ai paesi con le economie meno sviluppate. Qui l’unità di misura migliore cambia e ce la fornisce la Jubilee Debt Campaign: i 34 paesi più poveri spendono 5 volte di più per ripagare il loro debito che in spesa per il clima, in particolare in misure di adattamento e mitigazione del cambiamento climatico. Le cifre sono 5,4 mld di dollari l’anno in misure di protezione contro eventi climatici estremi, siccità, carestie, alluvioni, contro 29,4 mld che lasciano questi paesi per ripagare il debito.

A questo si aggiunga che la spesa per il clima diretta a questi paesi da parte delle economie più avanzate non è assolutamente sufficiente per coprire le necessità reali. Si calcola con nel prossimo decennio servirà qualcosa come 1.300 mld di dollari ogni anno: ad oggi non si è riusciti neppure a rispettare la promessa, datata 2009, di mettere 100 mld l’anno in finanza climatica (siamo tra 80 e 90 mld). E più di 2/3 di questi fondi sono in forma di prestiti, che aggravano ancora di più il peso del debito.

“Per affrontare l’emergenza climatica, abbiamo bisogno di un’azione urgente sulla crisi del debito. I paesi a basso reddito stanno consegnando miliardi di dollari in rimborsi del debito ai paesi ricchi, alle banche e alle istituzioni finanziarie internazionali in un momento in cui le risorse sono disperatamente necessarie per combattere la crisi climatica”, afferma la campagna. Un tema che i paesi meno sviluppati solleveranno alla COP26 che si apre tra 5 giorni a Glasgow. (lm)

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