Dai rifiuti agricoli torrefatti i pellet migliori

Riscaldando la farina e le bucce di canola, insieme a quelle dell’avena, prima di comprimerle nei pellet, è possibile attenere un prodotto di qualità superiore.

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Image by Ernesto Rodriguez from Pixabay

Biopellet da rifiuti agricoli ha un potere calorifico simile al carbone

(Rinnovabili.it) – Europa ed Asia stanno progressivamente ampliando l’uso della biomassa vegetale come alternativa ai combustibili fossili nella produzione di energia e nel riscaldamento domestico. Una delle forme più comune è il pellet, biocombustibile addensato prodotto dalla compattazione del legno vergine o del materiale di scarto dell’industria forestale. Un nuovo studio, condotto dall’Università del Saskatchewan, in Canada, ha voluto però concentrarsi sui benefici legati al riciclo dei rifiuti agricoli, sottoprodotti economici e abbandonati, nella produzione dei pellet.

Nel dettaglio, l’ingegnere Tumpa Sarker ha scoperto che riscaldando la farina e le bucce di canola, insieme a quelle della avena, prima di comprimere il tutto, è possibile attenere un prodotto di qualità superiore. Il processo permette infatti di abbassare il contenuto di umidità e il volume complessivo ma garantendo un contenuto energetico e una densità più elevati. “Il biopellet risultante – spiega Sarker – ha un potere calorifico simile al carbone”.

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“Abbiamo tutto questo carbonio immagazzinato nei residui vegetali e agricoli”, ha detto Sarker. “Stiamo esaminando come utilizzarlo al posto dei combustibili fossili per generare energia”. Ma la vera domanda è: quanto può definirsi sostenibile una simile soluzione energetica? Per lo scienziato si tratta, ovviamente di una valida alternativa all’interno del ciclo di gestione dei rifiuti agricoli. “Molti sottoprodotti dell’agricoltura sono attualmente lasciati sul campo a marcire”, spiega l’ateneo candele in una nota stampa. “Il metano risultante ha un elevato effetto serra”. 

In realtà per il Canada c’è anche e soprattutto un interesse economico. Attualmente la nazione esporta fino a 4 milioni di biopellet in Europa ogni anno, la maggior parte dei quali sono fabbricati utilizzando sottoprodotti forestali. E, sebbene vi siano realtà che hanno iniziato a reimpiegare i rifiuti agricoli, questi sono ancora lontani dal comparto energetico.

“C’è un mercato davvero enorme per questo (biocarburante)”, ha affermato il dottor Ajay Dalai, supervisore del progetto. “Il mondo ha fame di ridurre le emissioni di anidride carbonica e di aumentare l’uso di combustibili non fossili per generare energia e calore. Questi pellet sono un’ottima soluzione. Hanno basse emissioni nette di CO2. Ciò potrebbe portare nuove entrate agli agricoltori e generare occupazione locale”.

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Il processo di trattamento utilizzato da Sarker e Dalai, chiamato torrefazione, prevede il riscaldamento della biomassa a temperature comprese tra 200 e 300 gradi Celsius in un ambiente inerte (privo di ossigeno e CO2). Il loro lavoro è stato svolto presso i Catalysis and Chemical Reaction Engineering Laboratories (CCREL) dell’Università. “L’Europa è molto aggressiva nel ridurre le proprie emissioni”, ha aggiunto Dalai. “Quindi sarebbe un mercato importante se avessimo un’azienda locale che produce questi pellet esportandoli all’estero”.

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