La Cina vuole frenare la sovrapproduzione del polisilicio con un fondo da 7 miliardi di dollari: al centro, la chiusura di un milione di tonnellate di capacità produttiva.

Verso un taglio dell’offerta di silicio
Il settore fotovoltaico cinese è pronto ad affrontare una svolta. La notizia arriva da un articolo dell’agenzia stampa Reuters: i maggiori produttori di polisilicio in Cina stanno negoziando la creazione di un fondo da 50 miliardi di yuan (pari a circa 7 miliardi di dollari) per acquistare e chiudere circa un terzo della capacità produttiva nazionale.
La misura, spiegano i promotori, servirebbe a razionalizzare un mercato in crisi da sovrapproduzione, caratterizzato da un crollo dei prezzi che ha colpito duramente sia le aziende cinesi sia i produttori internazionali. basti pensare che si è passati da un massimo di 39 $ al kg nel 2022 a poco più di 4 $ al kg alla fine del 2024.
A guidare l’iniziativa è GCL Technology Holdings, il principale attore del comparto. Il piano prevede il ritiro dal mercato di oltre un milione di tonnellate di capacità produttiva di qualità inferiore, su un totale di 3,25 milioni registrati a fine 2024. Una volta completata l’operazione, rimarrebbero attivi circa 2 milioni di tonnellate, una quota ritenuta più sostenibile rispetto alla domanda reale.
L’obiettivo è ridurre la pressione su un settore strategico, in cui la Cina detiene oltre il 95% della produzione mondiale di polisilicio per uso solare. Il fondo – operativo dalla fine del terzo trimestre – interverrà anche sugli stock di mercato, attualmente gonfiati da mesi di iperproduzione e da una domanda fiacca nella fase finale della filiera.
Sovrapproduzione del polisilicio cinese e guerra dei prezzi: i rischi di sistema
La decisione arriva in un contesto in cui Pechino ha intensificato la campagna contro la cosiddetta involution, termine usato per descrivere la concorrenza esasperata che riduce i margini per tutti. La Politburo ha recentemente dichiarato la volontà di mettere fine alla “competizione disordinata”, chiedendo anche ai governi locali di rivedere i criteri con cui promuovono gli investimenti industriali.
Nel solo mese di luglio, i prezzi del polisilicio in Cina sono aumentati del 70%, sostenuti sia dalle aspettative di una ristrutturazione imminente, sia da un’intensa attività sul mercato dei future, che ha superato 1,7 milioni di tonnellate di scambi giornalieri. Tuttavia, gli osservatori avvertono: il rally non riflette una reale ripresa della domanda. La sovrapproduzione del polisilicio cinese resta un problema strutturale.
La Cina produce molto più di quanto il mercato possa assorbire: secondo la China Photovoltaic Industry Association, nel 2024 la capacità era pari al doppio della domanda globale attesa per il 2025. Gli accumuli sono ingenti: al termine di giugno si stimavano circa 367.000 tonnellate di scorte. Anche per questo motivo alcune imprese hanno cominciato ad aumentare la produzione nel tentativo di sfruttare il momentaneo rimbalzo dei prezzi.
Le criticità
Il piano di riduzione della sovrapproduzione del polisilicio cinese rappresenta uno dei segnali più concreti dell’impegno di Pechino a ristrutturare il settore. Ma restano aperti interrogativi cruciali. I maggiori operatori – tra cui GCL e Tongwei – stanno registrando forti perdite, e non è chiaro da dove arriveranno le risorse per alimentare il fondo da 7 miliardi.
Inoltre, sarà decisivo il ruolo dei governi locali, spesso restii a chiudere impianti produttivi per via dell’impatto su occupazione e PIL. Molte amministrazioni regionali hanno quote nelle imprese private del fotovoltaico, e potrebbero opporsi alla dismissione di capacità industriale.
Parallelamente, Pechino valuta anche misure indirette: secondo indiscrezioni, il Ministero dell’Industria intende introdurre nuovi standard minimi di efficienza energetica per gli impianti produttivi di silicio fotovoltaico. Lo scopo è favorire la chiusura delle fabbriche meno performanti, senza dover ricorrere esclusivamente a fusioni o liquidazioni.
Intanto, sul fronte internazionale, la dipendenza globale dalla produzione cinese di silicio cristallino continua a preoccupare. Negli Stati Uniti, il Dipartimento del Commercio ha aperto un’indagine sulla sicurezza nazionale relativa alle importazioni del materiale dalla Cina. In caso di restrizioni o dazi, si aprirebbero nuove opportunità per i produttori coreani, europei o statunitensi, che oggi faticano a competere con i prezzi cinesi.
Ma la strada per riequilibrare il settore è ancora lunga. Come osservano gli analisti di Natixis, la sola strategia di acquisizione non basterà a ridurre in modo strutturale gli investimenti in eccesso. Il rischio è che molte delle aziende zombie del fotovoltaico continuino a sopravvivere in assenza di un intervento più incisivo.
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