Il terremoto in Nepal non ferma l’idroelettrico cinese

Oltre 100 grandi dighe progettate in zone ad elevata sismicità. Dopo il terremoto in Nepal la Cina non si cura del rischio di tsunami e punta sull’idroelettrico

Il terremoto in Nepal non ferma l’idroelettrico cinese-

 

(Rinnovabili.it) – L’orrore del terremoto in Nepal è una ferita che rimarrà aperta per decenni. Ma invece di chiudersi, in futuro potrebbe allargarsi ulteriormente se verranno portati a termine i progetti di grandi dighe per l’idroelettrico sui fiumi del Paese. La zona, ad altissimo rischio sismico, è in grave pericolo: una volta completati gli impianti, chilometri cubi d’acqua diventeranno potenziali strumenti di morte e devastazione per le comunità, perché al pericolo di terremoti si sommerà quello di tsunami. Si rischia una Fukushima nepalese, e non è un paragone esagerato, perché il fenomeno sismico può realisticamente innescare inondazioni.

Ad oggi, pochi corsi d’acqua in Nepal sono stati sfruttati per la costruzione di colossali dighe. Ma la situazione sta rapidamente cambiando. In cantiere ci sono decine di impianti, alcuni su carta e molti in fase di realizzazione ad opera di cinesi e indiani.

 

Sulla catena dell’Himalaya, in Tibet, Pakistan, India, Bhutan e Nepal, sono state progettate centinaia di dighe immani, frutto di una febbre dell’idroelettrico che non ha precedenti nella storia dell’Oriente. Le valutazioni di impatto sono totalmente insufficienti, e non tengono conto del fatto che le grandi opere verranno localizzate in zone sismiche. La diga di Rasuwagadhi, un impianto da 110 MW ancora in fase di realizzazione sul fiume Trishuli, ha subito danni durante il terremoto del 25 aprile. Si trovava a distanza di 65 km dall’epicentro, ed è progettata per resistere a scosse fino ai 7° grado. Ma la settimana scorsa quella più intensa ha raggiunto i 7.9.

 

Il terremoto in Nepal non ferma l’idroelettrico cinese_

 

I ricercatori della ONG canadese Probe International hanno esaminato il posizionamento delle dighe su alcuni fiumi himalayani, tra cui Yarlung Tsangpo, Salween, Mekong e Yangtse. Il loro rapporto “Earthquake Hazards and Large Dams in Western China”, ha rilevato che il 48,2% di esse sarebbe situato in zone ad alta attività sismica, mentre il 50,4% in zone di attività sismica moderata. Resta un misero 1,4% di impianti progettati in zone di bassa attività sismica.

La Cina, intenzionata a costruire oltre 100 mega dighe in regioni ad elevata sismicità, si sta imbarcando in un’impresa con conseguenze potenzialmente disastrose per la popolazione, esposta al rischio di stragi. La costruzione della diga di Zipingpu, nella provincia del Sichuan, in Cina, ha avuto un ruolo nel terremoto disastroso del 2008 che ha ucciso oltre 85.000 persone: si trovava ad appena 4 miglia dall’epicentro del sisma, di magnitudo 7.9.

 

Dopo il terremoto del 25 aprile in Nepal, con 7.557 morti e 15 mila feriti (secondo le ultime stime), la prima cosa da fare dovrebbe essere fermare tutti i progetti in cantiere. Ma il governo non sente ragioni, e non le sentirà finché le popolazioni non insorgeranno per fermare la spada di Damocle che Pechino ha sospeso sulla loro testa.

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