L’Opec taglia il petrolio, quali effetti sulle rinnovabili?

Accordo per ridurre la produzione di 1,2 milioni di barili al giorno ma Russia, USA e Canada possono ancora cambiare le carte in tavola. Per le rinnovabili si apre una partita complessa

L’Opec taglia il petrolio, quali effetti sulle rinnovabili?

 

(Rinnovavbili.it) – Dodici barili di petrolio al giorno. Questo il taglio di produzione su cui si sono accordati, dopo mesi di trattative, i paesi Opec. L’organizzazione degli esportatori di greggio è riuscita a mettere d’accordo tutti, compresi Iran e Iraq, ottenendo dalla Russia (e altri paesi non Opec) la promessa di una ulteriore riduzione di 600mila barili. Gli effetti sui mercati di riferimento si sono fatti sentire da subito. Il Brent è aumentato di circa il 9 per cento a più di 50 dollari al barile.

 

Nonostante l’ottima risposta del mercato, fare delle previsioni sulla ripresa del petrolio potrebbe essere prematuro. Non solo perché più di una volta in passato si è assistito alla violazione dei tetti di produzione stabiliti, ma anche perché un aumento dei volumi di greggio da parte dei membri non-OPEC, come il Canada e gli Stati Uniti che oggi stanno operando ben al di sotto della capacità, potrebbero sovvertire il risultato desiderato.

 

In questo contesto, il settore delle energie rinnovabili gioca una partita complessa. In teoria, prezzi del petrolio più elevati fornirebbero un sostegno alle industrie dell’energia rinnovabile, la cui produzione sta iniziando, già oggi, a divenir competitiva con le fossili in alcuni mercati chiave. Petrolio, e di conseguenza gas naturale, più costosi, potrebbero aumentare la pressione finanziaria verso alternative carbon free. Queste, dal canto loro, riuscirebbero a diminuire la dipendenza dai meccanismi di sostegno governativi.

 

Il prezzo dell’elettricità rinnovabile – l’energia solare in particolare – sta scendendo velocemente e in alcune regioni non è richiesta alcuna sovvenzione. Più lentamente, ma in maniera costante, anche il calo dei sistemi di accumulo energetico, daranno una mano a spingere nella direzione della decarbonizzazione. Il processo però non sarà così spedito.

Fin dai primi allarmi per l’overproduzione di greggio e il conseguente picco negativo dei prezzi petroliferi, è stato chiaro da subito, anche ai big delle fossili, che le rinnovabili avrebbero presentato un business redditizio, soprattutto per il fatto di essere slegate dal mercato e protette, in molti casi, da sistemi di sostegno. Mentre nei primi sei mesi del 2015 gli investimenti privati globali diretti ai settori dell’energia, dei trasporti e delle infrastrutture idriche dei Paesi in via di sviluppo hanno registrato un forte calo, le energie rinnovabili hanno superato qualsiasi previsione ottimistica e nel primo semestre di quest’anno hanno raggiunto quasi la metà del totale degli investimenti nelle economie emergenti. Il livello più alto ma raggiunto fino ad ora.

 

Ma a seconda di quanto aumenterà il prezzo al barile e con il diffondersi delle aste al ribasso (uno degli strumenti al centro della nuova economicità), l’appeal potrebbe venire meno. I grandi progetti potrebbero non essere più così redditizi da attirare importanti investitori. Ne hanno dato un assaggio, lo scorso luglio, Enel Green Power e delle saudite ACWA Power Arabia Saudita e Abdul Latif Jameel, tirandosi fuori dalla gara per un nuovo impianto solare Sweihan da 350MW ad Abu Dhabi.

E poterebbero invece tornare a consolidarsi i movimenti nei principali nuovi campi petroliferi in attesa di sviluppo – nell’Artico, per esempio, o nelle acque oceaniche profonde  – che sono quasi interamente in aree ad altissimo costo di esplorazione e la produzione è giustificata soltanto se i prezzi del petrolio a lungo termine raggiungeranno nuovamente i 100 dollari al barile. Oggi questi progetti sono antieconomici e di minor appeal. Domani chissà.

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