La riforma della Carta dell’Energia strizza ancora l’occhio alle fossili

Carbone, petrolio e gas fuori dalla lista degli investimenti protetti. Così le compagnie fossili non potranno più portare in tribunale gli Stati. Ma solo a partire dal 2030.

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Credits: jwvein da Pixabay

Pochi i passi avanti positivi nell’ultima bozza della Carta dell’Energia

(Rinnovabili.it) – La Commissione prova a fare sul serio sulla riforma del Trattato sulla Carta dell’Energia. Ma prende anche tempo e non spinge troppo sull’acceleratore della transizione energetica. Nell’ultima versione spunta una nuova clausola: via il carbone, il petrolio e il gas dalla lista degli investimenti protetti. Una misura adottata dall’esecutivo UE per tutelare di più gli Stati. Che più spingono su investimenti verdi e più vengono trascinati in tribunale dalle aziende fossili.

Le critiche alla Trattato sulla Carta dell’Energia

Nel 2019 gli Stati membri dell’UE hanno dato mandato alla Commissione di rivedere la Carta dell’Energia. La Carta era nata alla fine della Guerra Fredda per regolare gli investimenti energetici tra Europa occidentale e orientale. Poi è stata accettata anche da decine di altri paesi extra-UE. Oggi i membri sono 54 più altri 40 con qualifica di osservatori. La Carta contiene una serie di disposizioni che regolano come si devono risolvere eventuali controversie. Il tutto, all’epoca, era stato pensato per tutelare le compagnie fossili. Ma adesso la situazione è ribaltata e la Carta dell’Energia è più un boomerang che altro per le aspirazioni verdi dell’UE.

Il documento, infatti, ha ricevuto sempre più spesso critiche per aver posto gli interessi dell’industria fossile al di sopra dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente. La Commissione nel 2019 aveva già messo mano alla clausola sulla risoluzione delle controversie in materia di investimenti e stato (ISDS). Cercando di risolvere il problema con la creazione di un apposito tribunale multilaterale per gli investimenti.

Ma per molte ong era un testo ancora sbilanciato, perché permetteva alle aziende di citare in giudizio gli Stati se le loro leggi incidono (negativamente) sui profitti degli investitori. Cause, anche miliardarie, che non sono una possibilità teorica ma una realtà di fatto. E che sono un cappio al collo di paesi con economie in difficoltà e poco potere negoziale. Gli ultimi esempi sono la causa contro la Slovenia (per le sue leggi di protezione ambientale) e quella contro l’Olanda (contestato il piano di phase out del carbone).

L’ultima proposta UE di riforma

La Commissione ha usato un approccio sfumato. Carbone, petrolio e gas non sono tolti tout court dalla lista degli investimenti protetti. Gli investimenti nel gas, individuato da Bruxelles come fonte energetica di transizione per eccellenza, se effettuati prima del 2030, sono ancora protetti se emettono meno di una certa quantità di CO2 e se impianti e infrastrutture consentono l’uso di gas a basse emissioni di carbonio. Gli investimenti nelle conversioni da carbone a gas o nei gasdotti che possono trasportare gas a basse emissioni di carbonio sono protetti fino al 2040.

Il documento propone inoltre di proteggere gli investimenti in idrogeno e nei materiali utilizzati per isolare gli edifici. Ma non ci sono dettagli sul tipo di idrogeno: a beneficiare dell’ombrello della Carta dell’Energia quindi non sarebbe solo l’idrogeno verde, prodotto per elettrolisi alimentata esclusivamente da fonti rinnovabili, ma anche quello grigio o blu, prodotto a partire dalle emissioni di CO2 delle fossili.

Puntellare Green Deal e transizione energetica, sì, ma non proprio subito. Così si può riassumere la direzione in cui va il documento. Tanto che Paul de Clerck di Friends of the Earth Europe, tra i più critici, accusa l’UE di “assecondare ciecamente gli interessi delle compagnie fossili proteggendoli per almeno altri 10 anni”.

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