Il trattato sulla Carta dell’energia va contro gli obiettivi climatici UE

Secondo OpenExp, gli Stati membri dell’Unione Europea dovrebbero ritirarsi in blocco dal trattato, poiché qualunque tentativo di riforma non potrà risolvere il vero punto critico: l’eliminazione delle protezioni sui combustibili fossili.

Carta dell'energia
Credits: Free-Photos da Pixabay

Rispetto al trattato sulla Carta dell’energia, l’UE dovrebbe rinunciare a qualsiasi riforma e recedere dal trattato

(Rinnovabili.it) – Secondo OpenExp, una rete globale di esperti di sviluppo sostenibile, durante il proprio semestre di presidenza UE la Germania dovrebbe porre fine alla “commedia” della modernizzazione del trattato sulla Carta dell’energia, prendendo piuttosto la più netta decisione di recedere dall’accordo senza ulteriori indugi.

Un anno fa, la Commissione Europea ha proposto di riformare l’Energy Charter Treaty definendo il documento “obsoleto”. In particolare, il problema nasceva dalla clausola sulla risoluzione delle controversie in materia di investimenti e Stato (ISDS). Secondo la clausola, se lo “stato ospite” in cui investe uno stato straniero (“stato d’origine”) viola uno dei diritti garantiti all’investitore secondo il diritto pubblico internazionale, allora l’investitore può portare la questione di fronte ad una corte arbitrale commerciale.

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In merito alla possibilità di sostituire la corte arbitrale con l‘istituzione di un tribunale multilaterale per gli investimenti, il Giappone e i paesi firmatari del trattato sull’Unione economica eurasiatica si sono fermamente opposti a qualsiasi discussione sulla riforma proposta dall’UE.

Apparentemente, dunque, il primo round di negoziazione sembra essere stato un fallimento e, secondo OpenExp, con buona probabilità lo saranno anche gli altri due in programma. La ragione di questa spietata previsione è la necessità di raggiungere il voto all’unanimità necessario per modificare il trattato. Risultato che appare assai improbabile, se non impossibile, visto che lo stesso Giappone si è dichiarato apertamente contrario a qualsiasi riforma del trattato sulla Carta dell’energia.

Ancora più preoccupante, secondo OpenExp, è la mancanza di chiarezza sull’obiettivo dell’UE di riflettere meglio il suo impegno per l’attuazione dell’accordo di Parigi. Infatti, l’allineamento della Carta dell’energia ​​con l’accordo di Parigi è possibile solo se i combustibili fossili non sono più protetti dal trattato. Tuttavia, la proposta di negoziato dell’UE non richiede l’eliminazione graduale dei combustibili fossili dalle disposizioni sulla protezione degli investimenti.

Ciò è dovuto principalmente al fatto che paesi come l’Azerbaigian, il Turkmenistan, il Kazakistan, la Mongolia e l’Uzbekistan, con un alto contributo dei combustibili fossili al loro PIL, difficilmente voteranno per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili. Tuttavia, se i combustibili fossili non saranno eliminati gradualmente dalle disposizioni vincolanti della Carta dell’energia, le risorse fossili protette potrebbero raggiungere un valore di 2,15 miliardi di miliardi di euro.

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Ciò che succede, in buona sostanza, è che mentre i negoziatori dell’UE stanno cercando di salvare un trattato obsoleto ed evidentemente dannoso per il clima, i governi dell’UE offrono grandi quantità di denaro dei contribuenti alle società di combustibili fossili a condizione che non utilizzino l’ECT ​​per denunciarli in un arbitrato privato.

Per questa ragione, secondo gli analisti, l’unica strategia per l’Unione Europea per dimostrarsi coerente rispetto alle sue politiche climatiche sarebbe una sola: gli Stati membri dovrebbero ritirarsi in blocco dal trattato. E poiché oltre il 70% degli investimenti esteri nel settore energetico nei paesi dell’UE sono investimenti intra-UE, il costo per porre fine alla partecipazione dell’UE alla Carta dell’energia sarebbe molto più basso del costo dell’attuale approccio al livello statale.

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