La “green growth” è un mito: consumismo e crescita economica determinano la crisi globale

Una ricerca dell’Università del New South Wales spiega perché il mondo dovrebbe anteporre la ricerca dell’uguaglianza a quella di sviluppo economico, sfidando l’idea che la ricchezza, e coloro che le possiedono, siano fattori intrinsecamente positivi e buoni

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Foto di Kamiel Choi da Pixabay

Il lato insostenibile della crescita economica

(Rinnovabili.it) – L’economia orientata alla crescita, il consumismo e con esso gli stili di vita devono cambiare radicalmente se vogliamo davvero raggiungere la sostenibilità. A metterlo in chiaro è l’Università del New South Wales che ha analizzato il legame tra ricchezza, crescita economica e i rispettivi impatti sul pianeta. 

La ricerca, pubblicata su Nature Communications, sottolinea come, nonostante gli avvertimenti della comunità scientifica sui “molteplici pericoli che il nostro mondo naturale sta affrontando”, non sia mai stato esplicitamente preso in considerazioneil ruolo delle economie orientate alla crescita e al perseguimento della ricchezza. Sembra che molte politiche facciano “affidamento solo sulla tecnologia per risolvere i problemi ambientali esistenti”, ma i progressi tecnologici non possono tenere il passo con i nostri livelli di consumo in continua crescita”, spiega l’autore principale dello studio, Tommy Wiedmann della UNSW. 

Come agire allora in un panorama tanto complesso e in rapido cambiamento? Innanzitutto attraverso un cambiamento mentale: la ricchezza non deve più essere vista come qualcosa a cui aspirare. Come sottolinea Julia Steinberger, coautrice dello studio e docente di Economia ecologica all’Università di Leeds, “dobbiamo ridurre la disuguaglianza e sfidare l’idea che la ricchezza, e coloro che le possiedono, siano fattori intrinsecamente positivi e buoni”. Sono i paesi del primo mondo a rappresentare “il più forte acceleratore dei maggiori impatti ambientali e sociali a livello mondiale”, continua Lorenz Keysser dell’ETH di Zurigo. 

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Solo riconoscendo la responsabilità dei più ricchi nella crisi ecologica e integrando i progressi tecnologici a concreti cambiamenti nello stile di vita sarà possibile avviarsi a quella “transizione verso la sostenibilità” di cui tanto si parla.
“Ciò che vediamo o associamo ai nostri attuali problemi ambientali – Continua Keysser – è solo la punta del nostro ‘iceberg personale’. Sono tutte le cose che consumiamo e la distruzione ambientale incarnata in esse a formare la parte sommersa dell’iceberg”. 

Da un cambiamento particolare si deve poi passare a uno di tipo strutturale. Il secondo fattore determinante per lo sviluppo sostenibile è infatti in quei paradigmi economici da cui ogni cittadino, volente o nolente, dipende. “Dobbiamo allontanarci dalla nostra ossessione per la crescita economica: dobbiamo iniziare a gestire le nostre economie in modo da proteggere il nostro clima e le risorse naturali, anche se ciò significa una crescita minore, nulla o addirittura negativa”, continua Wiedmann. La “crescita sostenibile” acquisisce così i tratti di un vero e proprio mito utilizzato per proteggere il nostro sistema in crisi più che noi stessi. 

Abbiamo però molte altre opportunità: possiamo pensare di attuare quella “decrescita […] che porta dal capitalismo ad altre forme di governance economica e sociale” o più semplicemente politiche che includano “investimenti ecologici, ridistribuzione della ricchezza attraverso la tassazione, un reddito massimo, un reddito di base garantito e un orario di lavoro ridotto”.
In ogni caso, a prescindere dalle politiche, ciò che è realmente necessario è una prospettiva diversa, capace di aiutarci “nel superamento di opinioni profondamente radicate su come gli esseri umani debbano dominare la natura e su come le nostre economie debbano crescere sempre più”. Non possiamo continuare a comportarci “come se avessimo a disposizione un pianeta di riserva”.

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