Le maggiori banche globali non perdono il vizio di investire nelle fossili. Anche quando promettono net-zero

Da novembre 2021 ad agosto 2022, 56 istituti che aderiscono alla Gfanz hanno mobilitato qualcosa come 269 miliardi di dollari per supportare l’espansione di 102 compagnie fossili. Anche nel carbone

Finanza climatica: accordo lontano alla COP26 di Glasgow
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Un rapporto di Reclaim Finance sulla finanza che investe ancora nelle fossili

(Rinnovabili.it) – Almeno 56 delle banche più grandi tra quelle che nel 2021 hanno promesso di diventare net-zero entro il 2050 continuano in realtà a investire nelle fossili centinaia di miliardi di dollari. La notizia farà forse piacere al nuovo presidente della Cop28, l’emiratino Sultan al-Jaber (che è anche il ceo della compagnia nazionale del petrolio di Abu Dhabi), convinto che la vera radice dei problemi energetici sia che si investe troppo poco in petrolio, gas e carbone. Ma questo dato dimostra quanto sia lenta la trasformazione del settore finanziario rispetto alla velocità con cui si acuisce la crisi climatica.

A fare i conti in tasca alla Glasgow Financial Alliance for Net Zero (Gfanz), l’iniziativa più importante a livello globale per la finanza climatica, è un rapporto pubblicato dall’ong francese Reclaim Finance insieme ad altre 13 ong tra cui l’italiana Re:Common. La Gfanz è nata nel 2021 alla Cop26 in Scozia come strumento per dare una sterzata decisa alla finanza climatica. La vita del gruppo è stata fin da subito travagliata: tutti i big hanno aderito ma non tutti volevano davvero impegnarsi per net-zero. Così, tra le 450 organizzazioni aderenti, espressione di 45 paesi e con un portafoglio totale di 130mila miliardi di dollari, sono molte quelle che continuano a gestire il loro business come prima.

Chi continua a investire nelle fossili?

E non sono pochi soldi. Le 56 realtà identificate da Reclaim Finance (tra un gruppo ristretto di 161 istituti che è stato analizzato), da novembre 2021 ad agosto 2022, hanno mobilitato qualcosa come 269 miliardi di dollari per supportare l’espansione di 102 compagnie fossili. Queste aziende, insieme, hanno piani per produrre 137 miliardi di barili di petrolio equivalente: è il 60% di quello che l’intero settore oil&gas globale pensa di estrarre entro il 2030. Non solo: nei loro progetti ci sono anche 92 nuovi GW di capacità installata a carbone.

Ed è proprio il carbone uno dei punti più deboli. Nonostante la Cop26 si sia impegnata a ridurre l’uso di carbone e la Race to Zero dell’Onu -su cui si basano i sotto-settori più ambiziosi della Gfanz- abbia chiarito che non c’è più spazio per investimenti in questo combustibile fossile, solo 61 banche analizzate hanno delle policy che escludono investimenti in compagnie che vogliono produrre più carbone. E di queste 61, solo 9 (tra cui Unicredit) hanno delle policy solide che abbracciano tutto il ventaglio di investimenti possibili.

Tra le banche peggiori si trovano Citigroup, Bank of America, Mitsubishi UFJ Financial, Mizuho Financial, Royal Bank of Canada, Deutsche Bank. Trai peggiori 10 fondi di investimento, i primi 9 sono tutti americani. A vantaggio di quali compagnie oil&gas vanno questi finanziamenti? Soprattutto a Exxon, Chevron, Shell, ConocoPhillips.

“Finanziare l’espansione delle fonti fossili significa consegnare all’industria dei combustibili fossili fondi che avrebbero potuto essere destinati alla costruzione di fonti rinnovabili e batterie, allo sviluppo di nuovi forni elettrici ad arco o al pagamento di una giusta eliminazione delle centrali a carbone e a gas”, si legge nel rapporto. “Continuando a finanziare l’espansione delle fonti fossili, i membri del GFANZ inviano un messaggio al resto del settore finanziario, all’industria e ai governi: finché le compagnie fossili vorranno continuare a distruggere il clima da cui tutti dipendiamo, ci saranno i finanziamenti a sostenerle”.

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