Ormai gli investimenti fossili ci svuotano il portafoglio

Dagli anni ’10 a oggi la performance degli indici azionari che includono quote importanti di aziende fossili hanno dato rendimenti minori delle loro versioni fossil free. Anche il rimbalzo del 2021-22, generato da Covid, guerra in Ucraina e crisi energetica, è stata solo una parentesi: già nel 2023 la traiettoria si è riallineata a quella, calante, del decennio precedente

Investimenti fossili: non sono più “blue chip”
Foto di Anne Nygård su Unsplash

Il rapporto dell’IEEFA sull’affidabilità degli investimenti fossili

(Rinnovabili.it) – Se siete piccoli risparmiatori, quando vi rivolgete a un consulente finanziario una delle prime rassicurazioni che vi dà riguarda solidità e affidabilità dell’investimento. Profilo di rischio basso, rendimento contenuto ma sicuro. Insomma, il consiglio è di buttarsi sulle partecipazioni “blue chip”. Lo stesso ragionamento lo fanno (in parte) anche gli investitori istituzionali. Per decenni, la soluzione ideale erano le compagnie fossili. Oggi, però, transizione energetica da un lato e crisi climatica dall’altro hanno stravolto questo assunto: gli investimenti fossili sono già considerati troppo rischiosi.

“L’interruzione e la destabilizzazione nei mercati delle materie prime legate ai combustibili fossili, la concorrenza delle energie rinnovabili, l’elettrificazione dei trasporti e la crescente consapevolezza degli investitori sui rischi finanziari del cambiamento climatico hanno spinto alcuni investitori a rivalutare il ruolo del settore energetico nel portafoglio, spiega un rapporto di IEEFA pubblicato la scorsa settimana. Il risultato è che già da qualche anno “il panorama degli investimenti passivi” – cioè quegli investimenti a basso costo agganciati a un indice per riflettere i risultati di un mercato specifico – “sta iniziando a riflettere questo cambiamento”.

Il declino degli investimenti fossili

Sono molti gli indici azionari sviluppati negli ultimi anni che hanno un’esposizione ridotta alle fossili, e ciò nonostante hanno superato test di affidabilità e sono disponibili con costi di transazione ridotti. È un riflesso delle performance negative degli investimenti fossili nell’ultimo decennio. In otto dei dieci anni tra il 2012 e il 2021, calcola il rapporto, il settore energetico è rimasto indietro rispetto alla performance dell’indice S&P 500. E in cinque di quegli anni si è piazzato ultimo. “Al suo apice, nel 1980, l’energia tradizionale rappresentava quasi il 30% dell’indice S&P 500 in termini di capitalizzazione di mercato”, ricostruiscono. Verso la fine degli anni 2010 era sotto il 10%.

Anche gli shock del Covid-19, della crisi energetica e della guerra in Ucraina hanno confermato questa tendenza. Nonostante abbia ripreso quota temporaneamente nel 2021 e nel 2022, il settore dei combustibili fossili ha registrato un rendimento del -4,8% nel 2023, nota il rapporto. “I prezzi delle azioni del settore e la ponderazione di mercato sono aumentati dai minimi record nel 2020 a un modesto 5,2% dell’indice S&P 500 nel dicembre 2022 prima di invertire la rotta nel 2023, con i combustibili fossili in calo al 3,9% a fine anno”, sottolineano gli autori. Tant’è vero che l’analisi dei principali indici azionari, come Standard & Poor’s 500, Russell 3000 e MSCI All-Country World Index, rivela che tutte le loro versioni senza aziende fossili hanno avuto rendimenti migliori rispetto a quelle che le includono.

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