Braccio di ferro sul gas nella tassonomia verde UE

La proposta ammorbidita dalla Commissione non piace a 9 paesi dell’est e sud Europa. Chiedono criteri più ampi per il gas. E scrivono una lettera a Bruxelles

Tassonomia verde UE: l’est Europa punta i piedi sul gas
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L’est Europa straccia anche la seconda bozza di tassonomia verde UE

(Rinnovabili.it) – C’è una pattuglia agguerritissima di paesi europei che è decisa a vincere la partita del gas nella tassonomia verde UE. E punta i piedi ignorando le aperture della Commissione. La scorsa settimana Bruxelles ha riformulato le parti relative al gas del documento che stabilirà cosa è considerato un investimento sostenibile e cosa no. Una mano tesa verso l’est Europa, che tanto si era lamentato di criteri troppo stringenti presentati in precedenza. Ma non è bastato.

La nuova bozza non tiene nella dovuta considerazione le esigenze individuali degli Stati membri. Questa la lamentela presentata da 9 paesi: Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Cipro, Grecia, Ungheria, Malta e Romania. Cosa vogliono, è abbastanza chiaro. Il blocco dell’est (più i paesi che sperano di beneficiare dalle ultime scoperte di gas nel Mediterraneo orientale, tra cui Atene e Nicosia) non vuole fare il passo più lungo della gambe. Ok dire addio al carbone – peraltro senza troppa fretta – ma il gas serve come energia di transizione.

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Quindi il gas deve rientrare nella tassonomia verde UE, così che impianti e progetti possano ricevere i finanziamenti necessari senza essere penalizzati. “Gli investimenti considerati ‘sostenibili’ oggi non dovrebbero diventare ‘insostenibili’ dall’oggi al domani perché non sono elencati o non si adattano alla definizione della tassonomia”, sostiene il gruppo di Stati in una lettera datata 26 marzo e indirizzata alla Commissione, vista in esclusiva dall’agenzia Reuters.

La prima versione della tassonomia verde UE aveva tagliato le gambe al gas. Metteva un limite preciso di emissioni per gli impianti a gas: 100 g di CO2e/kWh. Abbastanza basso da squalificare tutte le centrali esistenti oggi sul continente. E un problema avvertito soprattutto in est Europa, dove per dire addio al carbone gli Stati puntano sulle centrali a gas che però emettono tra i 300 e i 350g di CO2e/kWh.

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Bruxelles aveva quindi allentato un po’ i criteri, ma lasciando dei colli di bottiglia importanti per spronare gli Stati a investire sul serio nella transizione. Luce verde quindi per gli impianti di cogenerazione (con produzione combinata di energia termica) o trigenerazione (energia frigorifera) a gas, ma a patto che sostituiscano una centrale alimentata a fonti fossili e ad alta emissività. La bozza non fissava una soglia rigida per le emissioni di queste nuove centrali a gas, ma stabiliva come criterio che gli impianti devono tagliare del 50% le emissioni rispetto a quelli che vanno a sostituire.

I nuovi impianti a gas in più sarebbero ritenuti sostenibili solo se operativi entro il 2025, con possibilità di utilizzare combustibili low-carbon, e se emetteranno comunque meno di 270 g di CO2e/kWh. Nella lettera, i 9 paesi sostengono che il 2025 sia troppo presto, visto che i piani per il phase out del carbone, laddove esistenti, lo collocano negli anni ’30 se non addirittura ’40. Altro collo di bottiglia molto stretto: nella bozza la soglia restava a 100 g di CO2e/kWh per gli impianti tradizionali, ma anche per quelli cogenerativi o rigenerativi che però non sostituiscono alcuna centrale più inquinante. In questi casi quindi è necessario investire in tecnologie per la cattura della CO2.

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