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Fossilflation: perché i combustibili fossili sono diventati un rischio macroeconomico

Il Pianeta è intrappolato in una crisi di dipendenza dai combustibili fossili che preoccupa le banche centrali. È un ciclo destinato a ripetersi anche dopo la riapertura dello stretto di Hormuz. La soluzione? Rendere la transizione energetica uno scudo economico

Fossilflation: perché i combustibili fossili sono diventati un rischio macroeconomico

Fossilflation: cos’è e perché fa salire l’inflazione

Esiste una parola che le grandi banche stanno ripetendo con una certa assiduità dallo scoppio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran: “fossilflation”, traducibile come inflazione da combustibili fossili. Il termine individua una precisa fase della perdita del potere d’acquisto, alimentata direttamente dagli shock dei prezzi di gas e petrolio.

Definirla e imparare a riconoscerla è importante perché le sue cause non sono più esogene. Ci troviamo in un ciclo divenuto strutturale, in cui la sicurezza dell’approvvigionamento ha un ruolo solo parziale.

Ovviamente è innegabile la correlazione tra crisi dell’energia e rincari. Il blocco dello stretto di Hormuz – attraverso cui passa circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto del mondo – ha determinato aumenti sensibili nei prezzi dei beni di prima necessità (elettricità, combustibili, trasporti, generi alimentari) in Asia, Africa, Europa e Americhe.

Come spiega Petya Koeva Brooks, vicedirettrice del dipartimento di ricerca del Fondo Monetario Internazionale, la nuova crisi ha imposto una revisione al rialzo dell’inflazione globale complessiva che ora si attesta al 4,7%. In generale i paesi asiatici risultano i più esposti, Filippine in primis, essendo fortemente dipendenti dalle importazioni. La buona notizia? Poteva andare peggio. “L’economia mondiale ha resistito allo shock della guerra meglio di quanto si temesse finora”, ha sottolineato Brooks.

L’inflazione in Italia

In questo contesto l’Italia mostra un trend in linea con quello europeo: a giugno 2026 l’inflazione ha registrato un lieve rallentamento, toccando il più 3,0% su base annua, grazie alle minori tensioni sui prezzi degli alimentari freschi e dei trasporti e dei servizi ricreativi. A frenare un calo più marcato interviene tuttavia la spinta dei beni energetici, le cui quotazioni sono tornate ad accelerare, mantenendo l’inflazione acquisita per il 2026 stabile al +2,6%.

Ma attribuire questi saliscendi al solo conflitto non sarebbe corretto e soprattutto limiterebbe lo sguardo all’emergenza attuale. Quello che si sta verificando oggi è un pattern strutturale dell’economia globale, ed è tempo di capire come funziona.

Fossilflation, Climateflation o Greenflation?

Il termine Fossilflation nasce da un discorso di Isabel Schnabel, membro del Comitato esecutivo della BCE, tenuto il 17 marzo 2022 a Francoforte, poche settimane dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. “La fossilflation è responsabile di gran parte del recente forte aumento dell’inflazione nell’area euro”, sottolineava allora Schnabel. “A febbraio, l’energia ha rappresentato oltre il 50% dell’inflazione complessiva nell’area euro, riflettendo principalmente i forti aumenti dei prezzi del petrolio e del gas”.

Ma nel suo intervento Schnabel ha fatto di più. Ha individuato tre fonti di inflazione legate all’energia e al clima, oggi diventate quasi uno standard nel linguaggio finanziario: la Fossilflation, per l’appunto, la Climateflation e la Greenflation. Tre shock distinti ma interconnessi.

La Climateflation

Partiamo dalla Climateflation o inflazione climatica. È ormai innegabile che la crisi del clima sia divenuta un fattore strutturale dell’instabilità dei prezzi alimentari (ma non solo). Con temperature sempre più elevate – l’ONU stima che tra il 2026 e il 2030 saranno tra 1,3 °C e 1,9 °C al di sopra della media del periodo 1850-1900 – le variazioni dei modelli globali delle precipitazioni continueranno a crescere rapidamente.

Questo significa che alcune regioni diverranno sempre più secche, altre dovranno fare i conti con precipitazioni sempre più estreme. E come sta già succedendo oggi la produttività delle colture ne risentirà con rese ridotte, un’offerta più incerta e prezzi volatili. Per capire quanto il climate change influisca non bisogna neppure guardare lontano. Uno studio del 2024 ha calcolato che il caldo estremo dell’estate 2022 ha fatto aumentare l’inflazione alimentare in Europa di 0,43-0,93 punti percentuali; secondo gli autori questo effetto si amplificherebbe del 30-50% sulla base delle proiezioni sul riscaldamento globale per il 2035.

Tuttavia c’è il pericolo che possa essere anche peggiore del previsto dal momento che i modelli oggi disponibili si basano su dati storici che l’accelerato riscaldamento globale sta rendendo obsoleti.

La Greenflation

Abbiamo quindi la Greenflation, termine coniato dall’economista indiano Ruchir Sharma per indicare l’aumento dei costi legato agli investimenti necessari per la transizione verde, in particolare la domanda di metalli critici come litio, cobalto e rame. In questo caso la preoccupazione è soprattutto rivolta al futuro.

Più la decarbonizzazione energetica accelererà, più aumenterà la domanda di materie prime critiche per moduli solari, batterie o turbine eoliche tradizionali, e sappiamo già che l’offerta nel breve e medio termine è limitata.

Tuttavia la letteratura di settore e la BCE sono concordi nel considerare le pressioni dei prezzi finali al consumo della Greenflation molto minori rispetto alla Climateflation o la Fossilflation.

La Fossilflation

Infine abbiamo la Fossilflation, per l’appunto, l’inflazione causata dall’aumento e dalla volatilità dei prezzi di petrolio e gas. La più radicata nell’economia e per certi versi anche la più “prevedibile”. Sì perché il mercato dei combustibili fossili non ha mai cambiato volto.

Un’analisi di 350.org ha calcolato che circa il 68% della produzione petrolifera mondiale e l’81% delle riserve si trovano in paesi esposti alla pressione geopolitica statunitense, Iran incluso: una concentrazione che rende l’intero sistema energetico globale strutturalmente fragile.

Non c’è da sorprendersi dunque che quasi ogni decennio abbia la sua crisi. Che si tratti di guerre, rivoluzioni o semplici speculazioni finanziarie, il mercato petrolifero ci ha abituato a shock repentini che hanno sconvolto le economie e fatto crescere la spesa dei consumatori. Shock ora più frequenti.

Con l’invasione russa dell’Ucraina l’inflazione dell’area euro ha toccato il 10,6% nell’ottobre 2022, un livello mai visto in oltre quarant’anni, spinta in larga parte proprio dai rincari delle fonti fossili. Quattro anni dopo, lo schema si è ripetuto quasi identico, con un nuovo epicentro geografico ma con le stesse dinamiche.

Ben inteso: in Europa qualche passo avanti è stato compiuto. La crescita delle energie rinnovabili ci rende più resilienti nei confronti del caro energia, assorbendo parte degli impatti. Rimane però un dato di fatto: la dipendenza dalle fonti fossili ci rende fragili ed esposti e non solo nei confronti dei conflitti che minacciano la sicurezza energetica.

Parte degli aumenti “eccessivi” di petrolio e gas non è dovuta a costi di produzione o domanda reale, ma alle strategie dei produttori. Operando in un mercato oligopolistico, limitano artificialmente l’offerta per mantenere i prezzi elevati e massimizzare i profitti, a spese dei paesi importatori netti come quelli dell’Eurozona. Non solo. Banche e fondi d’investimento stanno riducendo i finanziamenti ai nuovi progetti petroliferi e gasiferi (in linea con le direttive dell’AIE per azzerare le emissioni nette). Questo fa salire i costi di finanziamento per le compagnie energetiche, rallentando la crescita della produzione e della ripartenza dell’offerta.

Come lo shock energetico arriva in bolletta

L’aumento dei prezzi fossili si ripercuote in primis sulla spesa energetica e di conseguenza sulle bollette di luce e gas e sui costi del carburante alla pompa. Ma si hanno effetti a cascata anche sui prezzi di altri beni essenziali. Il gas è la principale materia prima per l’ammoniaca, che rappresenta il 70-90% del costo di produzione dei fertilizzanti azotati, quindi il caro gas riesce ad impattare anche sulla resa del comparto agricolo.

Allo stesso modo un diesel più costoso fa lievitare i costi di trasporto e, di conseguenza, il prezzo di tutto ciò che viene trasportato. Uno studio del 2025 condotto da ricercatori della Kozminski University (Serhii Druchyn, Adam Juszczak e Jakub Rybacki) ha applicato un modello econometrico ai dati dei paesi UE tra il 2015 e il 2023, per capire esattamente dove e come lo shock dei prezzi energetici si trasferisce ai consumatori.

I risultati sono chiari: un aumento del 10% del prezzo effettivo del gas naturale usato per generare elettricità fa salire l’inflazione energetica al dettaglio di circa 0,55 punti percentuali; per il petrolio l’effetto stimato è ancora più marcato, intorno a 0,75 punti. Anche il prezzo della CO2 nel sistema ETS europeo ha acquisito un peso crescente: il suo impatto sull’inflazione energetica è passato da circa 0,1 punti percentuali nel periodo 2015-2020 a circa 0,6 punti dopo la crisi del 2022, segno che i mercati sotto stress reagiscono in modo diverso rispetto ai periodi di calma.

“L’Europa non può eliminare il rischio geopolitico, ma può ridurne significativamente l’esposizione”, spiega Frank Elderson, membro dell’Executive Board della BCE. “Il modo più efficace per farlo è diminuire la dipendenza dai combustibili fossili importati e accelerare una transizione ordinata verso le energie pulite prodotte internamente. Se l’Europa raggiungesse i suoi obiettivi in materia di energia sostenibile, il legame tra i prezzi interni dell’energia e la volatilità dei mercati energetici globali si indebolirebbe sostanzialmente”.

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About Author / Stefania Del Bianco

Giornalista scientifica. Da sempre appassionata di hi-tech e innovazione energetica, ha iniziato a collaborare alla testata fin dalle prime fasi progettuali, profilando le aziende di settore. Nel 2008 è entrata a far parte del team di redattori e nel 2011 è diventata coordinatrice di redazione. Negli anni ha curato anche la comunicazione e l'ufficio stampa di Rinnovabili, le rassegne regionali e le newsletter tecniche. Oggi, tra le altre cose, si occupa della copertura quotidiana delle novità normative sulle fonti rinnovabili, delle politiche energetiche nazionali, europee ed asiatiche, e dei grandi temi connessi all'innovazione e al mercato. Segue da vicino i brevetti e le ricerche scientifiche sulle tecnologie, con un focus su sistemi di accumulo, fotovoltaico, eolico e geotermia. Ha pubblicato articoli legati all'hi-tech e alle rinnovabili su Repubblica.it. Dal 2025 è Vice Direttrice della testata.